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ROMA AL CINEMA. Smetto quando voglio – la trilogia

di Antonietta Patti
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In una Roma che raramente finisce sulle cartoline, Sydney Sibilia ambienta una delle trilogie più originali del cinema italiano. Smetto quando voglio, Smetto quando voglio – Masterclass e Smetto quando voglio – Ad Honorem, prodotti da Fandango e Rai Cinema, insieme ad Ascent Film e Groenlandia, sono dei veri e propri capolavori del cinema italiano.

La trilogia di Smetto quando voglio non racconta la Roma monumentale, e non è l’ennesima variazione sul tema della romanità. È un’istantanea della città reale, che di certo non strappa l’ammirazione del turista. Perché il film riflette le fratture del presente, di una città dove l’intelligenza diventa illegalità per necessità, e il confine tra talento e sopravvivenza è sempre più sottile.

La trilogia di Smetto quando voglio ruota intorno alle vicende di un gruppo di ricercatori universitari italiani brillanti, ma costretti al precariato. Il capo della banda è il neurobiologo Pietro Zinni (interpretato da Edoardo Leo), accompagnato dal chimico Alberto Petrelli (Stefano Fresi), dall’antropologo Andrea De Sanctis (Pietro Sermonti), dall’archeologo Arturo Frantini (Paolo Calabresi), dall’economista Bartolomeo Bonelli (Libero De Rienzo) e dai latinisti Mattia Argeri e Giorgio Sironi (interpretati rispettivamente da Valerio Aprea e Lorenzo Lavia).

Nel primo film (Smetto quando voglio, 2014) viene raccontata l’origine della “banda dei ricercatori”. Per poter ottenere una vita dignitosa, all’altezza delle loro competenze ignorate, i protagonisti si uniscono e mettono insieme una banda. Cominciano a produrre e a spacciare una smart drug: una sostanza stupefacente non ancora illegale, quindi capace di eludere i controlli della polizia. Lentamente, il gruppo si trasforma per necessità in una banda di “criminali colti”, con ruoli precisi. Il loro nemico principale è un altro criminale che si fa chiamare “Murena” (interpretato da Neri Marcorè).

Nel secondo film (Smetto quando voglio – Masterclass, 2017), dopo un breve periodo di lontananza, la “banda dei ricercatori” torna in azione. Stavolta, la banda agisce in accordo con la polizia, per fermare il dilagare delle smart drugs. Per questa missione, la banda deve allargare le proprie competenze, aggiungendo nuovi membri: l’anatomista Giulio Bolle (Marco Bonini), l’ingegnere Lucio Napoli (Giampaolo Morelli) e l’avvocato Vittorio (Rosario Lisma). È il momento di riscatto dei protagonisti: vengono riuniti dallo Stato e sebbene agiscano per una ricompensa, cominciano a sentirsi socialmente utili. Tra incredibili nuove amicizie e l’arrivo di nuovi nemici, la banda si trova alle prese con missioni pericolose, col solito spirito ironico e brillante.

Nel terzo e ultimo film (Smetto quando voglio – Ad Honorem, 2017) la banda si riunisce un ultima volta per sconfiggere un pericolo incombente. Il chimico Walter Mercurio (interpretato da Luigi Lo Cascio) ha scelto l’occasione perfetta per portare a termine il suo piano di vendetta. In questo capitolo della storia, i nostri protagonisti non si uniscono più per il proprio profitto, ma per fermare una minaccia fatale per un luogo che sentono “casa”. È il film da tono più cupo, con un nemico pericoloso spinto dalla vendetta e dai dilemmi etici condivisibili. Ma è sempre presente l’ironia e non mancano le scene comiche.

La forza della trilogia di Smetto quando voglio sta certamente nella capacità di trasformare una crisi personale in una storia collettiva. I protagonisti sono ricercatori: chimici, filologi, biologi, archeologi, antropologi di grande talento, ma che vivono nel precariato. Tutti loro rappresentano un’intera generazione sospesa, troppo invisibile per essere riconosciuta ma troppo qualificata per rassegnarsi.

In questo senso, la trilogia di Smetto quando voglio è un ritratto generazionale. Perché racconta di chi studia nell’Italia di oggi: troppo per essere escluso, ma non abbastanza per essere incluso. Roma, con i suoi paradossi, è lo scenario naturale per questa condizione.

La loro Roma è una capitale che rispecchia l’intero Paese, con le sue energie sommerse e il suo continuo oscillare tra caos e creatività. È un luogo dove il sapere si consuma nelle stazioni di servizio e negli hotel, più che nei laboratori; dove l’intelletto non garantisce dignità, né spazio. È un Paese che costringe alla fuga, non premiando il talento e l’etica, ma l’astuzia e la capacità di cavarsela.

La Roma di Smetto quando voglio è quella della vita precaria e dell’ingegno arrabattato. Dove i cervelli brillanti vivono sottopagati, in quartieri che oscillano tra vivacità e abbandono. I film della trilogia di Smetto quando voglio sono commedie che scavano nel disagio: il paesaggio urbano incarna un’Italia in miniatura, fatta di contraddizioni, genialità e caos.

Sydney Sibilia ha adottato i codici del film d’azione e del racconto criminale, mescolandoli con quelli della commedia brillante. Il risultato è un ibrido che funziona proprio perché reinterpreta un genere internazionale in chiave italiana, anzi romana.

Di fatto, la trilogia si regge sulla grande capacità narrativa di Sydney Sibilia, che la regia firma anche le sceneggiature, seppure con vari collaboratori. Nel primo film, insieme a lui ci sono Valerio Attanasio e Andrea Garello; nei sequel Francesca Manieri e Luigi Di Capua.

Un altro colpo di genio di Sibilia è la combinazione tra la leggerezza della risata e la riflessione pungente sullo spreco delle competenze umane. La “banda dei ricercatori” diventa la prova vivente che la competenza, se non riconosciuta e costretta al precariato, costringe le persone a reinventarsi ogni giorno, persino moralmente.

Nei film di Sibilia, la precarietà è una condizione esistenziale che influenza ambienti, scelte e relazioni. Tutto sembra provvisorio: dai contratti alle relazioni. L’Università, specie la Sapienza, sembra l’unico punto fermo. Ma non è il tempio solenne della cultura, quanto piuttosto un organismo stanco, incapace di trattenere chi potrebbe farlo brillare.

In maniera tragicomica, la storia della “banda dei ricercatori” racconta di come il sapere che non riesce a trovare uno sbocco di lavoro dignitoso può generare nuovi tipi di marginalità e di criminalità, che non nascono dall’ignoranza ma dall’eccesso d’istruzione.

La trilogia di Smetto quando voglio è un obbiettivo crudele e affettuoso. Le gag sono esilaranti, ma sempre sul bordo dell’amaro: le riunioni segrete della “banda dei ricercatori”, le corse in automobile, le evasioni dal carcere, gli incontri con personaggi tanto folli quanto patologicamente reali. Tutto parla di una città e di un paese: uno scenario urbano che non offre prospettive, ma che diventa terreno di gioco per ogni espediente.

Un grandissimo punto di forza, di tutti e tre i film, è il cast composto da interpreti capaci di dare corpo a personaggi forti, paradossali e riconoscibili. Ogni personaggio è curato nei particolari, e ognuno di loro ha un ruolo preciso che lo rende indispensabile alla storia.

La trilogia di Smetto quando voglio deve molto anche alla sua colonna sonora: un mosaico di sonorità che riflette il dinamismo caotico dei protagonisti. Dall’elettronica, al rock, con incursioni nell’indie e nella musica classica. Le musiche originali accompagnano la storia della banda, scandendo i momenti di elaborazione dei piani, le fughe, le scene d’azione e di riflessione, in una Roma in cui tutto sembra possibile finché non si “smette quando si vuole”.

Se proprio dobbiamo cercare un “difetto” nella trilogia di Smetto quando voglio, è l’assenza di personaggi femminili all’interno della “banda dei ricercatori”. Nella storia, i personaggi femminili principali sono due: Giulia (interpretata da Valeria Solarino), compagna di Pietro e, in un certo senso, il motore delle sue azioni, e Paola Coletti (Greta Scarano), Ispettore di Polizia con l’intento iniziale di usare la banda per fare carriera, ma che alla fine sarà pronta a rischiare tutto per salvarla.

Vabbè, sono laureato sì. Sì ma guardi è un errore di gioventù del quale sono profondamente consapevole.

Alla fine dei tre film, ciò che resta non sono solo i ricordi delle scene comiche, delle battute brillanti o delle trovate narrative esilaranti. Rimane l’immagine di una Roma che è simbolo di un’Italia che non smette mai di mettere alla prova i suoi abitanti. Un Paese dove persone qualificate vengono lasciate ai margini, ad arrangiarsi in lavori umilianti, oppure costrette a emigrare.

La trilogia di Smetto quando voglio mostra una società sotto l’effetto di precarietà e disillusione, che non valorizza la cultura. In una Roma che non accoglie e non respinge, ma assorbe, inghiotte e trasforma; che costringe a tirar fuori una forma di ingegno che è profondamente e irrimediabilmente romana.

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