Home » Dal reperto alla filiera: archeologia, infrastrutture e imprese

Dal reperto alla filiera: archeologia, infrastrutture e imprese

Dalle grandi infrastrutture alle imprese specializzate, l'archeologia può diventare un punto di incontro tra cultura, tecnologia ed economia del territorio.

di Antonietta Patti
0 comment
archeologia infrastrutture imprese resti archeologici della città romana di Neapolis messi in luce durante i lavori urbanistici in Piazza Municipio a Napoli

Che cosa hanno in comune una rete elettrica, una grande infrastruttura ferroviaria e una cooperativa di archeologi? A prima vista, poco. Eppure, quando una grande opera incontra un territorio ricco di storia i punti di contatto sono tanti.

È nell’incontro tra infrastrutture, archeologia e imprese economiche che vorrei aprire una riflessione sul futuro delle industrie culturali e creative. Una riflessione che parte dal concetto di cluster, cioè dal raggruppamento e dalla collaborazione tra soggetti diversi, capaci così di moltiplicare i propri profitti economici.

Nell’archeologia il concetto può assumere un aspetto particolare. Perché l’archeologia può sia creare una filiera propria, sia inserirsi in quelle già esistenti.

Il limite dei cluster culturali

In ambito economico un cluster si manifesta quando imprese, professionisti e servizi collegati si concentrano nello stesso territorio, e condividono competenze, infrastrutture e fornitori. Un’unione vantaggiosa, giacché riduce alcuni costi e crea nuove occasioni.

Il modello funziona da tempo nelle aree industriali. È meno applicato, invece, alle industrie culturali e creative. L’industria culturale, infatti, ha spesso una struttura produttiva composta da piccoli operatori e microimprese.

La cautela nella creazione di cluster culturali è dovuta sia alle difficoltà di creare una rete, e dalla necessità che da tale rete nasca domanda. Perché quella domanda deve produrre ricavi sufficienti affinché la struttura produttiva sia sostenibile.

L’archeologia nelle opere d’infrastruttura

L’archeologia presenta una caratteristica particolare e unica: diventare il punto di incontro di professionalità che appartengono a mondi economici apparentemente lontani

Un intervento archeologico coinvolge competenze molto diverse: dalla ricerca storica allo scavo, dalla diagnostica al restauro, dalla fotogrammetria alla modellazione tridimensionale, dalla progettazione museale alla comunicazione e ai servizi educativi, fino alla gestione dei flussi turistici.

Oltre a questo, ogni giorno, l’archeologia entra in contatto con l’economia reale. Lavori privati e pubblici – su strade, ferrovie, reti energetiche, edifici, impianti – attraverso i quali l’attività archeologica si raffronta con operatori che modificano materialmente il territorio.

Energia e la scoperta dell’acquedotto Cornelio

Resti di un edificio di età romana in Villa Palmieri a Termini Imerese (foto di A. Patti)

In Sicilia, nell’ambito dei lavori per la realizzazione dell’elettrodotto sottomarino Tyrrhenian Link, nel 2023, è stata fatta una scoperta interessante. Ovvero, un tratto, in parte sotterraneo, dell’antico Acquedotto Cornelio di epoca romana.

Il gruppo Terna, che gestisce la rete di trasmissione dell’elettricità in Italia, aveva avviato la verifica preventiva dell’interesse archeologico. Un’operazione necessaria alla progettazione e alla realizzazione della stazione di conversione nel territorio di Termini Imerese.

Qui l’archeologia non è stato un ostacolo che rallenta un’opera infrastrutturale. È diventato parte del progetto. Perché, in collaborazione con la Regione Siciliana, la Soprintendenza e il Comune di Termini Imerese, Terna ha previsto anche la ricostituzione di una parte della struttura e la sua futura fruizione attraverso un percorso espositivo.

Successivamente, Terna ha cominciato ad attuare iniziative analoghe, di valorizzazione e comunicazione del patrimonio emerso durante la realizzazione delle opere, anche in altri territori.

La ferrovia e la scoperta di Himera

Himera dagli alti dirupi mostra alla Stazione Centrale di Palermo (foto di A. Patti)

Un meccanismo analogo è emerso in Sicilia anche nel settore ferroviario, tra il 2008 e il 2011. Durante i lavori per il raddoppio della linea Palermo-Messina, nei pressi della tratta Fiumetorto-Ogliastrillo, è stata scoperta una necropoli dell’antica città greca di Himera. Un contesto archeologico composto da più di 9.500 tombe e più di 20.000 reperti.

In questo caso, la Rete Ferroviaria Italiana ha unito l’attività di archeologia preventiva alla ricerca di soluzioni progettuali atte a ridurre l’impatto sul ritrovamento. Questo ha portato addirittura allo spostamento del tracciato ferroviario.

I reperti sono stati sottoposti a catalogazione e a restauro. Una parte di essi è stata successivamente esposta al pubblico, in occasione della mostra Himera dagli alti dirupi, allestita in alcuni locali della Stazione Centrale di Palermo. Il progetto è stato realizzato grazie alla collaborazione tra Gruppo FS (RFI), Italferr, Archeolog ETS e il Parco archeologico di Himera, Solunto e Iato.

Col passare del tempo, il Gruppo FS ha sviluppato competenze specifiche nell’archeologia preventiva legata alla progettazione ferroviaria, tra tutela e innovazione. Ad oggi, le attività di gestione dei rinvenimenti archeologici emersi durante i lavori si svolgono su tutto il territorio nazionale.

ArcheOfficina: il percorso inverso

Ingresso della Catacomba di Porta d’Ossuna a Palermo (foto di A. Patti)

Se i casi di Terna e del Gruppo FS raccontano come l’archeologia possa entrare nelle grandi filiere infrastrutturali, il caso di ArcheOfficina permette di osservare il fenomeno dalla direzione opposta. Qui il punto di partenza è un’impresa archeologica.

ArcheOfficina è una società cooperativa archeologica che opera nella ricerca, negli scavi, nell’archeologia preventiva, nella sorveglianza archeologica (in cantieri pubblici e privati), nella documentazione e nel rilievo, ma anche nella gestione e nella valorizzazione di alcuni siti, nella didattica e nel turismo culturale.

Questa società mostra concretamente come una realtà archeologica possa collegarsi a filiere differenti. Nei progetti di musealizzazione delle Catacombe di Porta d’Ossuna a Palermo e quelle di Villagrazia di Carini, ArcheOfficina ha curato l’illuminazione, gli impianti, le passerelle, la pannellistica del sito e la sua fruizione pubblica.

Due direzioni che si incontrano

Terna e Gruppo FS rappresentano dunque il percorso dall’infrastruttura verso l’archeologia. ArcheOfficina rappresenta invece quello dall’archeologia verso altre filiere.

Il punto di incontro è la consapevolezza che il patrimonio archeologico non vive lontano dall’economia. Dalla prevenzione integrata nella progettazione, alla trasformazione di un contesto archeologico in spazio culturale accessibile, servizio, esperienza educativa e attrazione per il turismo.

Archeologi, geologi, ingegneri, restauratori, progettisti, esperti di comunicazione, operatori turistici, museografi e professionisti digitali. Una rete di relazioni che rende particolarmente avvincente i cluster archeologici.

Dal reperto alla filiera

Il ritrovamento di un insediamento antico durante la progettazione di una nuova infrastruttura impone innanzitutto l’obbligo della tutela. Per prima cosa, occorre studiare il sito, documentarlo e valutarne l’impatto sull’opera.

Dopodiché comincia la ricerca: gli scavi, le analisi, la catalogazione dei reperti, le ricostruzioni, la digitalizzazione e l’interpretazione dei dati.

Il terzo livello riguarda la conservazione dei ritrovamenti, la cura per i depositi e gli eventuali restauri, con le dovute condizioni di sicurezza.

Infine arriva la valorizzazione: pubblicazioni, musealizzazione, attività didattiche, comunicazione e turismo.

Il potenziale economico dell’archeologia non si limita al costo di un biglietto, ma si trova nell’intera filiera che ruota attorno al patrimonio culturale. Perché ogni livello coinvolge soggetti differenti con specifiche competenze.

Himera dagli alti dirupi mostra alla Stazione Centrale di Palermo (foto di A. Patti)

La sfida resta la domanda

Tuttavia, un cluster non funziona semplicemente perché riunisce imprese e professionisti nello stesso territorio. Come già scritto, perché diventi realmente produttivo deve esistere una domanda capace di sostenere i servizi e le competenze attivati.

L’archeologia può influenzare tutte le fasi sopracitate, ma ogni attività deve trovare una propria sostenibilità economica. Deve essere un’offerta capace di trasformarsi in domanda, e quindi in servizi, occupazione e profitti.

Perché, quando un progetto infrastrutturale incontra l’archeologia non si incontrano soltanto passato e presente. Si incontrano ingegneria e ricerca, tecnologia e tutela, imprese e professionisti di diversi settori. In questo senso, l’archeologia può collegare la cultura all’economia del territorio.

Il cluster archeologico: una nuova idea di infrastruttura culturale

Un’infrastruttura non è necessariamente soltanto una ferrovia o una rete elettrica. Può essere anche una rete di competenze.

Forse è proprio questo che dobbiamo cercare per le future politiche di sostegno alle industrie culturali: non soltanto finanziare ciò che produce cultura, ma comprendere quante altre attività possono essere attivate, per creare un’offerta culturale in stretta relazione con l’economia locale.

Ed ecco che un reperto archeologico non è soltanto qualcosa da proteggere, può essere anche il punto da cui parte una rete.

In copertina: resti archeologici della città romana di Neapolis messi in luce durante i lavori 
urbanistici in Piazza Municipio a Napoli (foto di A. Patti)

Potrebbe piacerti anche

Lascia un commento

Periodico di informazione attualità e cultura, registrato presso il Tribunale di Palermo n° 23 del 20.07.2005

Fondatore e Direttore Responsabile 

Giorgio Fiammella

 

mail: redazione@lespressione.it