Per la nostra rubrica Roma al cinema, oggi scopriamo un grande classico della commedia all’italiana: Il Marchese del Grillo. Uscito nel 1981, per la regia di Mario Monicelli, con le musiche di Nicola Piovani, e con l’indimenticabile Alberto Sordi. Uno dei film che meglio rappresenta l’anima ironica, popolare e contraddittoria della città di Roma.
Il film rivela la Città Eterna con uno sguardo ironico e disincantato, quello di chi la conosce bene. L’immagine che restituisce è una cartolina fatta di contrasti, tra beffe e abusi, tra risate e malinconia. Ambientato nella Roma papalina dell’Ottocento, Il Marchese del Grillo fa rivivere un mondo sospeso tra la miseria dei vicoli e lo sfarzo dei palazzi nobiliari.
Il protagonista della storia è Onofrio del Grillo mirabilmente interpretato da Alberto Sordi. È un marchese, appartenente alla nobiltà romana, che vive nell’ozio e nella noia. Tanto è capriccioso, che i suoi servi sono costretti a lavorare in silenzio o a fermarsi quando lui va a dormire, dopo una notte di bagordi.
Insieme a lui vivono la madre (Elena Daskowa Valenzano) e uno zio (Pietro Tordi), religiosi e conservatori, e la sottomessa cugina Genuflessa (Isabelle Linnartz). Sua sorella Camilla (Marina Confalone), col marito Rambaldo (Cochi Ponzoni) e il figlio Pompeo (Andrea Bevilacqua), sono costretti da un editto a lasciare Roma. Ma il marchese Onofrio non ne è dispiaciuto: la distanza non gli fa sentire il cattivo alito della sorella.
Sebbene sia nobile, spesso il marchese Onofrio frequenta locali da plebei e si intrattiene con una popolana, Faustina (Angela Campanella), che vive con la madre in una casa donatale dal ricco amante. Inoltre, è famoso in tutta Roma perché ama fare scherzi, sempre accompagnato dal fedelissimo servo Ricciotto (Giorgio Gobbi). I suoi scherzi colpiscono il popolino, la propria famiglia e financo la corte papale. L’incontro casuale con Gasperino, un carbonaio alcolizzato che gli somiglia come una goccia d’acqua, è l’ennesima fonte di scherzi grazie allo scambio d’identità.
Nel 1809 arrivano a Roma le truppe napoleoniche, e grazie all’amicizia con il capitano Blanchard (Marc Porel), dell’esercito francese, il marchese scopre gli ideali di libertà popolare e innovazione. L’incontro con l’attrice, anch’essa francese, Olimpia Martin (Caroline Berg) lo influenza tanto da fargli decidere di trasferirsi a Parigi.
Mentre è in viaggio verso la Francia, la caduta di Napoleone e la restaurazione della monarchia, lo convincono a tornare a Roma. Papa Pio VII (Paolo Stoppa), tornato sul suo trono, lo condanna a morte per tradimento. Tuttavia, credendo di arrestarlo, le guardie pontificie arrestano invece Gasperino, che però riceve la grazia. Perdonato dal Pontefice, il marchese Onofrio riprende il suo posto e la sua carica tra i sediari pontifici, ricominciando la sua vita fatta di scherzi, senza alcun cambiamento.
Il personaggio del Marchese del Grillo affonda le sue radici in una figura realmente esistita, le cui prime tracce risalgono a un libretto pubblicato nel 1887 da Raffaello Giovagnoli. Intorno a questa figura – un marchese o un duca — si era costruito un mito già nell’Ottocento, confondendo le vicende reali con la fantasia popolare.
La casata dei Del Grillo apparteneva all’aristocrazia più in vista della Roma papalina. Il loro palazzo a Roma esiste ancora, si affaccia sulla Salita del Grillo, Piazza del Grillo e Via degli Ibernesi, a ridosso dei Fori Imperiali. La struttura comprende un edificio costruito nel 1600 e una torre medievale del 1200, ed è una testimonianza del prestigio e della ricchezza della famiglia. Infatti, è uno dei pochi edifici romani pieno di finestre, costruite per volere di Onofrio Del Grillo: un’ostentazione di ricchezza, in risposta alla tassa sulle finestre quale bene di lusso, imposta nel Settecento.
I discendenti della famiglia Del Grillo ancora in vita alla fine dell’Ottocento confermavano l’esistenza di questo leggendario avo, e lo descrivevano come un uomo di grande originalità e ingegno. Sembra che l’eccentrico antenato fosse Onofrio Del Grillo, marchese di Santa Cristina e conte di Portule, vissuto nel 1700. È da questo incontro tra storia e leggenda che nasce l’immagine del nobile scherzoso, reso immortale da Alberto Sordi, una delle icone più amate del cinema italiano.
Il film è ambientato a Roma, dove in parte è stato girato. Il viaggio del marchese e del capitano Blanchard in carrozza è girato nel Parco degli Acquedotti, si nota l’acquedotto Claudio e in lontananza il Mausoleo di Cecilia Metella sulla Via Appia. In un’altra scena, il marchese Onofrio scenda da una carrozza di fronte al Teatro di Marcello.
Gli appartamenti papali sono stati ricostruiti nelle sale dei Musei Capitolini. Si vedono lo scalone, la sala di Annibale e quella degli Arazzi. La sala delle udienze del Papa è la sala degli Oriazi e Curiazi del museo. All’epoca, la sede papale era il Quirinale, oggi sede della Presidenza della Repubblica Italiana.
Molte scene sono girate in set ricostruiti, fuori e dentro Roma. L’esempio più lampante è Piazza della Bocca della Verità, il cui fondale è palesemente un dipinto. Ricostruito a Cinecittà, il set mostra la Basilica di Santa Maria in Cosmedin, il Tempio di Ercole Vincitore e in lontananza la mole di Castel Sant’Angelo.
Alcuni non sono luoghi storici reali. Come per il covo di Don Bastiano, tra le rovine di Monterano, borgo della nobile famiglia Altieri, nella provincia romana. Invece, per la scena a teatro è stato usato il Teatro Sociale di Amelia.
Il palazzo del marchese del Grillo a Roma non è stato usato come set. Per la sua ricostruzione sono serviti più luoghi: in particolar modo Palazzo Pfanner a Lucca. A eccezione della terrazza del palazzo: è la loggia della Casa dei Cavalieri di Rodi vicino il Foro di Traiano e al sopracitato palazzo Del Grillo a Roma.
Anche la casa di campagna, mezza diroccata, del marchese Onofrio ha due set. Per le scene esterne il Casale della Civita, nelle campagne vicino Tarquinia (provincia di Viterbo), per quelle interne le stanze di Villa Grazioli a Grottaferrata (provincia di Roma).
La ricostruzione di Roma e il racconto delle vicende storiche ne Il Marchese del Grillo non è molto fedele. Il film racconterebbe gli anni dell’occupazione francese, avvenuta tra il 1808 e il 1814, ma la storia sembra coprire l’arco di poche settimane. Inoltre, le truppe napoleoniche giunsero a Roma il 2 febbraio 1808, ma nel film accade più di un anno dopo: il 17 maggio 1809.
In ogni caso, il vero marchese del Grillo, morto nel 1787, non avrebbe potuto vedere questi avvenimenti. Mentre il generale Blanchard, nato nel 1805, era un bambino durante il periodo mostrato nel film.
Le truppe francesi indossano uniformi della Repubblica Francese, non dell’epoca dell’impero napoleonico. E nella scena in cui Don Bastiano viene condotto al patibolo, dopo l’arrivo dei francesi, un soldato indossa ancora l’uniforme pontificia.
Il film fa riferimento alla possibilità data alle donne di salire sul palcoscenico quale novità assoluta portata dai francesi; ma in realtà il divieto era stato soppresso da papa Clemente XIV nel 1774. Quando il marchese Onofrio cita Voltaire, il capitano Blanchard dichiara che è un “Romantico”, ma in realtà era una delle figure di spicco dell’Illuminismo francese.
Un altro errore storico è la presenza dello stemma palale sulla bandiera, che fu aggiunto soltanto nel 1850. E ancora, l’anacronismo nel cantare Noi vogliam Dio quale inno pontificio, composto quasi un secolo dopo, nel 1882.
Inoltre, ne Il Marchese del Grillo si intravedono panorami della Roma moderna, ad esempio, si notano le antenne radio. Allo stesso modo, altrettanto poco plausibile è l’accento romanesco di Papa Pio VII. D’altronde il modo in cui è mostrato il potere papale è un artificio drammatico e comico, più che la reale condizione storica.
Una vera e propria aggiunta è invece la locandina dello spettacolo nel quale recita Olimpia Martin: La cintura di Venere di un tale Jacques Berain. In realtà, non risulta alcun compositore con quel nome, né l’opera è documentata come esistente all’epoca.
La ricostruzione di Piazza della Bocca della Verità è quantomeno incompleta. La Basilica di Santa Maria in Cosmedin è stata ricostruita nella forma che aveva all’inizio dell’Ottocento (prima dei rifacimenti in rococò e dei restauri del XIX secolo) e il Tempio di Ercole Vincitore è a pianta centrale come nella realtà, ma è assente il Tempio di Portuno che ancora esiste.
Piazza della Bocca della Verità sembra essere l’unica piazza romana, le scene di massa si svolgono tutti lì, anche quelle delle condanne a morte. Tuttavia, nella Roma papalina queste venivano eseguite in un’altra piazza, davanti la Chiesa di Sant’Anastasia al Palatino.
Un’altra scena si svolge nel “Foro”, chiaramente ricostruito: è una piazza erbosa, racchiusa dalle vestigia dell’antica Roma. Ma «è tutto un Vespasiano» afferma il marchese, e vi pascolano le pecore. In effetti, l’antico Foro Romano, oggi compreso nel Parco Archeologico del Colosseo, fino al 1700 era un’area nota come “Campo Vaccino”, a indicare la vocazione pastorale del luogo.
La Roma di Monicelli non è una fotografia della Roma ottocentesca, e neppure soltanto una scenografia. La sua Roma è una realtà contraddittoria, e per questo unica, che accompagna i destini dei suoi abitanti. È un palcoscenico dove si intrecciano la nobiltà arrogante e il popolo deriso, l’abbondanza e la povertà, la fede e la malizia. È una Roma che ride della propria miseria, si arrangia e sopravvive, soprattutto grazie alla scaltrezza e alla battuta sempre pronta.
Il Marchese del Grillo, sebbene si svolga durante l’occupazione napoleonica, non racconta le conseguenze sociali, economiche e politiche degli eventi storici di quel periodo. Il film mira semplicemente a mostrare Roma come una città dominata da potere, corruzione, ipocrisia e furbizia popolare. Ma lo fa con leggerezza e ironia, costruendo una fotografia potente ma romanzata della Roma dell’Ottocento.
Infatti, il Marchese Onofrio, nobile annoiato e ridanciano, incarna la doppia anima di Roma: indifferente e generosa, altezzosa e altruista contemporaneamente. Egli si diverte nell’abbindolare servi, mendicanti, i propri parenti, fino a scherzare perfino col Papa.
Eppure, dietro la maschera del nobile scocciato si cela una malinconia profonda, data dalla convinzione che la società romana, come la stessa Roma, è destinata a non cambiare mai. Infatti i suoi scherzi hanno sempre l’obbiettivo di dimostrare l’ipocrisia del potere.
«Voglio vedere se le ragioni di un plebeo morto di fame valgono più dei soprusi che può fare un marchese ricco e potente come me», afferma il marchese, prima di corrompere giudici, avvocati e testimoni, quando decide di non pagare l’ebanista Aronne Piperno che ha lavorato per lui. Per poi far suonare le campane a morto in ogni chiesa romana perché “è morta la giustizia”.
La figura del suo sosia, il carbonaio Gasperino, enfatizza questo contrasto. Sono due facce della stessa Roma: una domina e l’altra subisce, ma entrambe sono accomunate dalla stessa, seppur allegra, rassegnazione all’immutabilità.
Nella visione di Mario Monicelli, la Roma papalina non è poi così distante dall’Italia contemporanea. Di fatto, il noto regista è riuscito a rappresentare la decadenza con leggerezza, facendo di Roma il simbolo di un Paese che sa ridere persino della propria decadenza e immobilità.
Io so’ io, e voi non siete un cazzo.
La famosissima battuta del Marchese, così insolente e sagace, è ben presto diventata iconica. Un proclama che sintetizza secoli di contrasti e sopraffazioni, che la Città Eterna ha sempre saputo osservare con un sorriso beffardo.
Se la Roma de Il Marchese del Grillo non esiste più, il suo spirito sopravvive nelle battute che fanno sorgere un sorriso amaro. Resta attualissimo, nella capacità dei romani di sdrammatizzare persino il proprio degrado.
Nel firmamento del cinema italiano, Il Marchese del Grillo brilla come una delle rappresentazioni più autentiche e contraddittorie di Roma. È un film che racconta la Città Eterna non solo come luogo, ma come modo di essere. Una città che continua a oscillare tra magnificenza e decadimento, tra lo scherzo e la commiserazione; con quello spirito ironico e disincantato capace di attraversare i secoli.
