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ROMA AL CINEMA. Il Gladiatore

di Antonietta Patti
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Quando nel 2000 Ridley Scott porta al cinema Il Gladiatore, il mondo del grande schermo riscopre il fascino del peplum. Il film, premiato con cinque Oscar, riporta in vita l’immaginario della Roma imperiale con una potenza visiva e narrativa che segnerà la storia del cinema.

Tra battaglie epiche, complotti di palazzo e il celebre duello finale nel Colosseo, Il Gladiatore costruisce un racconto di grande pathos. Complice la magnifica ed eloquente colonna sonora composta da Hans Zimmer. Tuttavia, la spettacolarità del film si accompagna a una lunga successione di licenze narrative ed errori storici, che però poco tolgono al fascino cinematografico dell’opera.

La trama segue le vicende di Massimo Decimo Meridio (interpretato da Russell Crowe), generale romano devoto all’imperatore Marco Aurelio (Richard Harris). Massimo è al culmine della sua gloria, ha appena terminato con successo una campagna militare in Germania, e l’intero esercito lo osanna. Nonostante il successo, Massimo non vede l’ora di tornare in Spagna, a casa, dall’amata moglie e dal giovane figlio.

Geloso dei trionfi militari di Massimo, e della complicità che lo lega all’imperatore e alla sorella, è Commodo (Joaquin Phoenix), figlio di Marco Aurelio. Infatti i due si conoscono da quando erano ragazzi, da quando Massimo era sentimentalmente legato a Lucilla (Connie Nielsen), anch’ella figlia di Marco Aurelio.

Quando Marco Aurelio comunica a Commodo che non gli succederà come imperatore di Roma, ma che il potere passerà proprio a Massimo, per consentire il ritorno alla Repubblica, Commodo reagisce aggredendo e uccidendo suo padre.

Divenuto imperatore, Commodo si vendica di Massimo: ne ordina l’assassinio insieme a quello della sua famiglia. Però Massimo riesce a fuggire e a tornare a casa, dove scopre la triste sorte di sua moglie e suo figlio. Dopodiché è catturato, riconosciuto come disertore è ridotto in schiavitù. Dopo poco tempo lo acquista Proximo (Oliver Reed), un lanista che lo destina a combattere nelle arene.

Divenuto gladiatore, Massimo conquista l’arena e diventa famoso col nome di Ispanico. La fama gli consente di partecipare ai giochi gladiatori nell’Anfiteatro Flavio a Roma: il Colosseo. Lì spera di poter incontrare l’imperatore per vendicare l’onore perduto e la morte della sua famiglia.

Nel frattempo, Commodo intende instaurare un governo tirannico, eliminando i senatori che gli sono ostili, fino a decidere di sciogliere il Senato. Per imbonire il popolo di Roma, egli organizza dei giochi gladiatori nel Colosseo, in memoria del padre.

Lucilla, custode del progetto repubblicano del padre, tenta di organizzare una resistenza, mentre resiste ai tentativi incestuosi del fratello. Quando scopre che Massimo è vivo lo porta dalla sua parte, nel tentativo di rovesciare Commodo. Massimo ha infatti ancora l’appoggio e la fedeltà dell’esercito.

Tuttavia, Commodo scopre la congiura: muoiono diversi gladiatori della scuola di Proximo, e lo stesso lanista. Commodo imprigiona Lucilla, minacciando la vita di suo figlio Lucio (Spencer Treat Clark). In un eccezionale crescendo emotivo la storia culmina nel celebre duello tra Massimo e Commodo nel Colosseo, simbolo di una Roma imperiale tanto maestosa quanto sanguinaria.

Il Gladiatore è stato girato in tre siti nei primi mesi del 1999. Le scene della battaglia iniziale a Bourne Woods in Inghilterra, in un’area del bosco che stava per essere eliminata: perciò l’incendio è reale. La casa di Massimo, in Spagna, è il Podere di Poggio Manzuoli a San Quirico d’Orcia, in Toscana. Nella stessa regione, a Terrapille vicino Pienza vi è il set dei Campi Elisi. Le scene ambientate nell’Africa romana sono state girate in Marocco. Mentre, Forte Ricasoli a Malta, dove è stato riprodotto una parte del Colosseo, è il set delle scene ambientate nella Roma antica.

Gli storici hanno evidenziato numerose licenze narrative e anacronismi, dalla caratterizzazione dei personaggi alla ricostruzione degli ambienti. La sceneggiatura infatti, prende ampie distanze dai fatti storici.

Marco Aurelio morì effettivamente durante una campagna militare, nel 180 d.C.; ma non fu assassinato dal figlio Commodo, come mostra il film. L’imperatore morì di malattia: forse di peste, oppure di vaiolo o morbillo. Nel film è indicata la “Germania” come luogo della campagna militare, ma si trattava della Marcomannia: area corrispondente ai territori dell’attuale Slovacchia occidentale, Moravia e Austria nord-orientale.

L’ispirazione per la morte violenta di Marco Aurelio si deve probabilmente a ciò che scrisse Cassio Dione. Quest’ultimo raccontò di come i medici dell’imperatore causarono la morte di Marco Aurelio per facilitare l’ascesa al trono di Commodo. Mentre nella Historia Augusta è accennato un possibile ripensamento di Marco Aurelio sulla sua successione.

Infatti, Commodo era l’erede designato dallo stesso imperatore: Marco Aurelio lo aveva nominato prima Cesare e poi Augusto. E Commodo si trovava effettivamente col padre durante la campagna militare nella quale morì. Il suo regno appare nel film come un tirannia di breve durata, quando in realtà regnò per dodici anni. Inoltre, Commodo non morì durante lo scontro con un gladiatore nell’arena, ma per una congiura di palazzo nel 192 d.C., che però coinvolse davvero un gladiatore.

Ne Il Gladiatore sembra che Marco Aurelio ebbe soltanto Commodo e Lucilla, ma, in realtà ebbe 14 figli. Tra i tanti fratelli e sorelle, Commodo aveva un gemello: Tito Aurelio Fulvo Antonino, morto però in tenerà età. È storicamente accurato che Lucilla capeggiò una congiura contro il fratello, mentre sua sorella Fadilla, che non ha trovato spazio nel film, rimase sempre fedele a Commodo.

Il personaggio di Massimo Decimo Meridio, invece, è un’invenzione scenica: non esistono fonti che ne attestino l’esistenza. La personalità di Massimo riunisce tratti di vari generali romani idealizzati, e fondamentalmente rappresenta l’archetipo dell’eroe morale, in contrapposizione alla decadenza del potere.

Altrettanto inventata è la vicenda: Massimo è un soldato romano catturato e venduto come schiavo, ma in base alla legge romana del Postliminium una volta messo piede a Roma avrebbe ripreso la libertà.

Inventato è anche il personaggio del giovane Lucio, figlio del realmente esistito Lucio Vero, che regno insieme a Marco Aurelio e ne sposò la figlia.

La frase di saluto che i gladiatori rivolgono all’imperatore,«Ave, Caesar, morituri te salutant», è una leggenda. Questa frase è stata riportata da Svetonio per un evento particolare, non come frase rituale. Sembra che sia stata pronunciata da alcuni condannati a morte durante una naumachia, organizzata dall’imperatore Claudio nel 52 d.C.

Anche il gesto del pollice verso o in su, per indicare se al gladiatore si debba risparmiare o togliere la vita, è una leggenda. È probabile che il pollice all’insù significasse “spada sguainata” e quindi esprimeva una condanna a morte. Mentre per donare la grazia forse il pollice veniva tenuto dentro il pugno, a simboleggiare una spada nel fodero.

È bene ricordare che i gladiatori non erano condannati a morte: erano guerrieri altamente addestrati, con dispendio di energie e denaro da parte dei loro padroni. Non erano destinati a morire nell’arena, ma a combattere negli anfiteatri.

«Al mio segnale, scatenate l’Inferno!» è una delle battute più celebri del film, ormai entrata nella storia, ed è tuttavia un anacronismo linguistico. L’inferno è un concetto cristiano. Un generale romano che prega i Lari (gli spiriti degli antenati) avrebbe dovuto evocare gli Inferi o il Tartaro, così come cita i Campi Elisi e non il Paradiso, rimanendo fedele alla religione pagana.

Anche la ricostruzione archeologica della Roma imperiale è più frutto di immaginazione che di rigore filologico. Alcuni oggetti sono dei veri e propri errori, come le staffe nelle selle dei cavalli e le balestre. Mentre la presenza di edifici, come la Basilica di Massenzio, e monumenti, come l’Arco di Costantino, sono degli anacronismi: sono strutture costruite nel IV secolo d.C. in un film ambientato alla fine del II secolo d.C.

Il Colosseo, che era veramente dotato di meccanismi scenici e spazi sotterranei,è ricreato mescolando scenografie reali e CGI. Durante il film, è sempre chiamato “Colosseo”, ma all’epoca era conosciuto come Anfiteatro Flavio. L’anfiteatro più grande del mondo romano è stato costruito per volere di Vespasiano (e terminato durante il regno del di lui figlio, Tito, nell’80 d.C.) appartenente alla gens flavia. Col passare dei secoli divenne noto come Colosseo, per la presenza del vicino “Colosso di Nerone”: una statua colossale in bronzo dorato, il cui volto era in origine quello di Nerone poi sostituito con quello del “dio Sole”.

Nel finale de Il Gladiatore, l’inquadratura a volo d’uccello sul Colosseo inquadra il lago artificiale della Domus Aurea e il fiume Tevere vicinissimo all’anfiteatro. Sono entrambi errori, uno storico e l’altro geografico. Il lago e il Colosseo non potevano coesistere: il lago venne prosciugato quando finì il regno di Nerone, e al suo posto fu costruito proprio il Colosseo. E tra il Colosseo e il Tevere s’impone il colle Palatino.

Alcuni elementi contribuiscono a creare una Roma adattata al gusto estetico moderno che all’antichità. La ricostruzione della Via Sacra, la strada che Commodo attraversa in trionfo, così larga e imponente, serve a restituire un immagine maestosa della Roma imperiale. E ancora, il Foro è una piazza elicoidale sormontata dall’edificio della Curia, luogo di riunione del Senato: un chiaro riferimento a Piazza San Pietro e alla Basilica, simboli della Roma moderna e cristiana. Il Foro romano era a pianta rettangolare.

Nonostante le deformazioni storiche e archeologiche, Il Gladiatore è un ottimo film. Certamente Ridley Scott non ha mirato a una fedele ricostruzione storico-archeologica, piuttosto alla ricostruzione del mito: quello di un impero, che affascina per la sua grandezza e terrorizza per la sua brutalità, quello dell’eroe coraggioso e solitario, che combatte con onore per riconquistare la libertà e vendicare la sua famiglia, e quello della romanità, che continua a vivere nell’immaginazione.

Il Gladiatore custodisce un racconto politico: Ridley Scott usa la Roma imperiale per parlare della realtà contemporanea. La sua è una critica a quelle società che, pur dichiarandosi civili, fondano la propria potenza sulla brutalità e sul controllo delle masse.
L’Impero di Commodo, fondato sullo spettacolo della morte e sulla manipolazione del consenso, richiama in chiave simbolica le grandi potenze moderne, in bilico tra democrazia e autoritarismo.

Roma è il popolo. Farà qualche magia per loro per distrarli, toglierà loro la libertà e la folla ruggirà lo stesso. Il cuore pulsante di Roma non è certo il marmo del Senato, ma la sabbia del Colosseo. Lui porterà loro la morte, e in cambio lo ameranno.

Il Colosseo diventa così il prototipo del moderno paesaggio mediatico, in cui il potere cerca legittimazione nel consenso spettacolarizzato. In questo senso, Il Gladiatore è una riflessione sul declino dei valori repubblicani e sul crollo del senso morale.

Massimo combatte perché Roma torni a essere una Repubblica, basata su virtù e libertà, in opposizione a un potere assoluto. Ma l’idea della Repubblica (democratica) quale regime di governo che garantisca la libertà era sconosciuta nell’antica Roma. Per i Romani, l‘impero non corrispondeva a un regno governato da un tiranno. I Romani credevano che l’epoca imperiale fosse l’ideale continuazione della Repubblica. Infatti l’imperatore era il princeps: “il primo fra pari”.

La Roma del film non è quella degli storici, ma quella della memoria collettiva. È un luogo simbolico, sospeso tra realtà e leggenda, in cui il fragore delle spade e l’eco degli applausi del Colosseo risuonano ancora come un sogno cinematografico destinato a non spegnersi.

Il Gladiatore riesce nell’intento di restituire la potenza simbolica di Roma: una civiltà sospesa tra gloria e decadenza, lealtà e ambizione. Il film ha il pregio di restituire una Roma emotiva e universale, dove il conflitto tra virtù e corruzione si fa racconto eterno.

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