Il mutamento degli equilibri criminali
Negli ultimi mesi Palermo ed il suo hinterland sono tornati a convivere con immagini che evocano stagioni che molti speravano definitivamente archiviate: sparatorie, agguati, omicidi, regolamenti di conti, incendi dolosi, minacce ed atti intimidatori contro commercianti ed attività economiche. Segnali diversi, ma che spesso raccontano la stessa realtà: il controllo del territorio ed il progressivo mutamento degli equilibri criminali.
Non siamo – almeno allo stato attuale – davanti ad una nuova guerra di mafia nel senso storico degli anni Ottanta. Sarebbe sbagliato affermarlo senza elementi concreti. Le guerre mafiose di quel periodo erano caratterizzate da centinaia di omicidi, strategie militari, eliminazione sistematica dei rivali, controllo verticale delle famiglie mafiose e conquista violenta del potere criminale.
Palermo allora viveva nel sangue quotidiano. Le strade erano attraversate da una guerra aperta tra cosche che combattevano per il dominio assoluto di Cosa Nostra. Ma sarebbe altrettanto grave minimizzare ciò che sta accadendo oggi. Perché la mafia non è mai scomparsa. Ha semplicemente cambiato pelle.
Il ritorno di sparatorie e omicidi deve preoccupare
La mafia delle stragi era militare, feroce, visibile. Quella contemporanea preferisce il silenzio, l’infiltrazione economica, il controllo sociale, il condizionamento invisibile, la capacità di muovere denaro e potere senza attirare attenzione. Oggi la mafia tende a sparare meno perché la violenza eccessiva danneggia gli affari, richiama la pressione dello Stato, aumenta le indagini e mobilita l’opinione pubblica.
Ed è proprio questo il punto che molti continuano a non comprendere: una mafia che non uccide non significa una mafia sconfitta. Anzi, molto spesso significa una mafia più forte. Quando le famiglie criminali riescono a spartirsi il territorio, le piazze di spaccio, gli appalti, le estorsioni ed i traffici illeciti senza conflitti interni, la violenza diminuisce drasticamente. Non per moralità. Non per debolezza. Ma perché il silenzio conviene.
La mafia ama l’ordine quando l’ordine garantisce profitto. Per questo motivo il ritorno di omicidi e sparatorie deve preoccupare.
La violenza torna a riversarsi nella vita quotidiana dei cittadini
L’omicidio di Placido Barrile al CEP, assassinato dentro la propria auto con numerosi colpi d’arma da fuoco, secondo le prime ipotesi investigative sarebbe maturato nell’ambiente criminale legato al traffico di droga.
Pochi giorni dopo, in via Montalbo, una nuova sparatoria ha riportato il terrore nelle strade della città: un soggetto vicino agli ambienti dello spaccio è rimasto ferito ed insieme a lui anche una passante innocente, colpita indirettamente da una violenza che non resta più confinata ai circuiti criminali ma torna a riversarsi sulla vita quotidiana dei cittadini.
Questi episodi, da soli, non bastano per parlare di una nuova guerra di mafia. Ma possono rappresentare il sintomo di equilibri criminali che si stanno modificando.
La mafia uccide quando gli equilibri saltano
La mafia uccide soprattutto quando gli equilibri saltano. Quando emergono nuovi gruppi criminali. Quando si ridefiniscono i rapporti di forza. Quando vecchie leadership si indeboliscono. Quando le piazze di spaccio diventano terreno di conquista. Quando qualcuno prova a rompere accordi consolidati.
Ed è proprio il traffico di droga ad essere oggi uno dei principali motori della nuova violenza. Le piazze di spaccio rappresentano enormi centri di potere economico. Generano denaro immediato, controllo sociale, reclutamento criminale e consenso nei quartieri più fragili. Dove girano milioni di euro illegali, aumentano inevitabilmente tensioni, rivalità e regolamenti di conti.
Le intimidazioni e la presenza reale nel territorio
Ma il dato forse ancora più inquietante riguarda il ritorno delle intimidazioni contro commercianti ed imprenditori. Auto incendiate. Serrande danneggiate. Minacce velate. Pressioni silenziose. Richieste estorsive indirette. Messaggi mafiosi che spesso non finiscono neppure sui giornali ma che nei quartieri vengono perfettamente compresi.
La mafia storicamente usa due strumenti fondamentali: il consenso e la paura. Quando basta il controllo sociale, non serve sparare. Quando invece qualcuno resiste, denuncia, si sottrae o rompe determinati equilibri economici e criminali, tornano le intimidazioni.
Ed è proprio qui che si misura la reale presenza mafiosa sul territorio. Perché la mafia non vive soltanto nei grandi delitti. Vive soprattutto nella capacità di condizionare la vita quotidiana: commercianti che hanno paura di denunciare, imprenditori lasciati soli, cittadini che preferiscono tacere, quartieri dove il potere criminale appare più presente dello Stato.
Le reti criminali ibride
Esiste poi una differenza fondamentale rispetto al passato. La mafia storica possedeva gerarchie rigidissime, regole interne severe e leadership capaci di imporre disciplina e mediazione. Oggi il quadro appare più frammentato.
Accanto a Cosa Nostra tradizionale operano gruppi minori, reti criminali ibride, giovani leve meno disciplinate e soggetti molto più impulsivi rispetto alle vecchie generazioni mafiose. Ed è proprio questa frammentazione a rendere la violenza contemporanea ancora più imprevedibile.
Non esiste più soltanto la mafia “classica”. Esiste una criminalità diffusa che spesso si muove tra mafia, narcotraffico, marginalità sociale e cultura della violenza.
Quando lo Stato arretra socialmente, qualcun altro occupa quel vuoto
Le recenti operazioni antimafia dimostrano infatti che Cosa Nostra continua ad essere presente e strutturata. I blitz della Direzione Distrettuale Antimafia tra Brancaccio a Palermo, il Corleonese ed altri mandamenti hanno evidenziato una rete criminale ancora operativa nel traffico di droga, nelle estorsioni, nelle armi e nel controllo del territorio. Chi pensa che la mafia sia finita commette un errore gravissimo.
La mafia si trasforma. Si adatta. Cambia linguaggio. Cambia metodi. Ma continua a cercare potere. E qui emerge il vero problema che Palermo oggi deve affrontare: il contesto sociale. Povertà crescente. Disoccupazione giovanile. Dispersione scolastica. Quartieri abbandonati. Assenza di prospettive. Perdita di fiducia nelle istituzioni. Quando lo Stato arretra socialmente, qualcun altro occupa quel vuoto.
Il rischio dell’illegalità vista come una condizione di vita normale
Molti giovani crescono senza lavoro, senza punti di riferimento, senza speranza concreta di mobilità sociale. In questo contesto la criminalità appare, agli occhi di alcuni, come scorciatoia di potere, identità, denaro e rispetto. È questa la vera emergenza.
Perché la mafia non si combatte soltanto con gli arresti. La repressione è fondamentale. Le indagini sono indispensabili. Il controllo del territorio è necessario. Ma da soli non bastano.
Se un ragazzo cresce in un quartiere dove vede degrado, assenza dello Stato, disoccupazione e denaro criminale ostentato come simbolo di successo, il rischio di reclutamento diventa enorme.
Palermo ha pagato un prezzo immenso nella lotta alla mafia. Falcone. Borsellino. Gli uomini delle scorte. Magistrati. Poliziotti. Carabinieri. Giornalisti. Cittadini innocenti. Ma le nuove generazioni non hanno vissuto direttamente gli anni delle stragi. E in una società dominata dai social, dall’apparenza e dal culto del denaro facile, il rischio di normalizzazione dell’illegalità cresce ogni giorno.
Palermo: chi sta riempiendo oggi il vuoto lasciato dalla politica, dalle istituzioni e dallo Stato nei quartieri più fragili?
La vera vittoria della mafia non è soltanto il controllo criminale. È l’assuefazione collettiva. È quando gli spari diventano normalità. Quando le intimidazioni non fanno più notizia. Quando il silenzio sostituisce il coraggio. Quando i commercianti si sentono soli. Quando la paura diventa abitudine. Ed è proprio in quel momento che la mafia torna davvero forte.
La domanda allora non è soltanto se Palermo stia vivendo una nuova guerra di mafia. La vera domanda è un’altra: chi sta riempiendo oggi il vuoto lasciato dalla politica, dalle istituzioni e dallo Stato nei quartieri più fragili? Perché la mafia cresce sempre dove arretra la giustizia sociale. E se Palermo vuole davvero evitare che il passato ritorni, non bastano le commemorazioni.
Servono presenza reale dello Stato, investimenti, lavoro, scuola, cultura, sport, recupero urbano, dignità sociale e una nuova coscienza collettiva. Altrimenti il rischio è che il silenzio della mafia non sia la fine della mafia, ma soltanto la calma che precede nuove tempeste.