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Referendum Giustizia: astensionismo record in Sicilia, la vera vittoria è il rifiuto del sistema partitico

di Angelo Giorgianni
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I dati nudi e crudi: nella nostra Isola si sono recati alle urne un milione e 300 mila cittadini, mentre due milioni e mezzo di elettori sono rimasti a casa

Partiamo dai numeri, che hanno il pregio della crudezza e non concedono alibi: in Sicilia gli aventi diritto erano circa 3,86 milioni e l’affluenza si è fermata intorno al 34,9%. Poco più di un milione e trecentomila persone hanno votato, mentre oltre due milioni e mezzo sono rimasti a casa. Questo dato, da solo, basterebbe a imporre silenzio e riflessione. E invece c’è chi esulta.

I partiti del centrosinistra rivendicano la vittoria del NO come un successo politico, ma è una lettura corta, quasi difensiva. Perché ignora il dato più importante: la maggioranza dei siciliani non ha partecipato. E quando oltre il 60% diserta le urne, non c’è vittoria che possa dirsi piena. C’è, piuttosto, una sconfitta generale, che attraversa tutto il sistema.

Il rifiuto silenzioso

Non siamo più dentro una fisiologica dinamica democratica, fatta di alternanza e confronto. Siamo dentro una crisi della rappresentanza. Le istituzioni continuano a esistere e a funzionare formalmente, ma poggiano su una base sempre più ristretta. E quando la base si restringe, la legittimazione si indebolisce sul piano sostanziale, anche se resta intatta sul piano giuridico. È una frattura che si allarga, non un episodio che si chiude. 

Non si tratta di apatia. È troppo comodo dirlo. È, piuttosto, una forma di rifiuto silenzioso. Una distanza costruita negli anni, alimentata da promesse mancate, da politiche inefficaci, da una classe dirigente percepita come chiusa e autoreferenziale.

Il danno morale

Ma c’è anche un altro elemento che non può essere ignorato e che pesa come un macigno. Una politica che, fino a pochi giorni fa, è stata travolta da inchieste giudiziarie per fatti gravi – che documentano la strumentalizzazione dell’esercizio delle funzioni istituzionali per interessi economici personali e logiche clientelari – non può pensare di mantenere intatto il rapporto di fiducia con i cittadini

Qui non siamo davanti a deviazioni marginali, ma a comportamenti che incidono direttamente sul rapporto tra potere e legalità. Quando il potere viene percepito come strumento piegato a fini particolari, il danno non è solo penale, è istituzionale, politico e morale.

Un voto contro chi proponeva la riforma

Il cittadino vede, comprende, giudica. E sceglie di sottrarsi. Non protesta, non urla, non occupa le piazze. Semplicemente si assenta. Ed è proprio questa assenza che pesa più di qualsiasi voto, perché svuota il sistema dall’interno e ne rivela la fragilità.

In questo contesto, anche il significato del NO cambia profondamente. Non è solo una scelta sui quesiti. È, per molti, un voto difensivo. Una difesa della Costituzione e della giustizia intesa come presidio dei diritti.

Non tanto – o non solo – contro il contenuto specifico delle riforme, ma contro il soggetto che le proponeva. Quando la fiducia nella politica è compromessa, ogni intervento su un equilibrio delicato come quello tra i poteri dello Stato viene percepito come una possibile invasione più che come una riforma.

Il ‘caso’ Mercosur

Ma il NO ha espresso anche altro. Ha colpito, indirettamente ma chiaramente, un sistema di governo nel suo complesso. È stato, in molti casi, un voto contro un indirizzo politico nazionale percepito come distante e penalizzante per i territori, e contro una gestione regionale ritenuta complice o quantomeno incapace di difendere gli interessi della Sicilia.

Il riferimento al Mercosur è emblematico. Per molti agricoltori e operatori del settore, quell’accordo è stato vissuto come un tradimento: l’apertura a prodotti provenienti da contesti con standard diversi ha alimentato il timore di una concorrenza sleale, mettendo in difficoltà produzioni locali già fragili. 

Ma non è un caso isolato. Si sommano negli anni scelte che hanno inciso su imprese e cittadini: pressione fiscale elevata, burocrazia soffocante, carenze infrastrutturali, politiche energetiche che hanno aumentato i costi per famiglie e aziende, gestione discontinua dei fondi europei, ritardi cronici su sanità e servizi essenziali.

Per la Sicilia un segnale politico ampio

A questo si aggiunge un elemento ancora più delicato: il ruolo della Sicilia nello scenario internazionale. La sua posizione strategica nel Mediterraneo, in un contesto globale segnato da tensioni e conflitti, la espone a scelte che spesso vengono prese altrove, senza un reale coinvolgimento delle comunità locali. E questo alimenta una percezione di marginalità nelle decisioni e di centralità nei rischi.

Se si mettono insieme questi fattori, il quadro diventa più chiaro. Il NO non è solo un voto su una riforma.
È anche un segnale politico più ampio, una manifestazione di disagio, una richiesta di cambiamento che va oltre il singolo quesito.

Uscire dalla cronaca e analizzare la storia

Se si vuole capire davvero cosa accade in Sicilia, però, bisogna uscire dalla cronaca e guardare alla storia lunga. Questa terra non è solo un territorio amministrativo, è una comunità storica. Ha attraversato dominazioni, poteri, culture diverse, ma non si è mai dissolta. Ha assorbito e trasformato, senza perdere sé stessa.
Da qui nasce un’identità forte, stratificata, che ancora oggi esiste, anche quando non trova espressione politica

Lo Statuto Speciale è il riconoscimento giuridico di questa identità. È il punto di arrivo di una lunga battaglia, la traduzione istituzionale di una coscienza collettiva. Ma è proprio qui che si consuma una delle contraddizioni più profonde.
Perché quello Statuto, nel tempo, è stato progressivamente svuotato.

E troppo spesso sono stati gli stessi attori politici a evocarlo come bandiera, salvo poi tradirne lo spirito nei fatti. Per decenni si è parlato di autonomia, di dignità, di riscatto. Ma nei fatti si è rinunciato a esercitare pienamente i poteri disponibili, si sono accettati compromessi, si è utilizzata l’autonomia più come rendita che come responsabilità.

La necessità per la nostra Isola di qualcosa di nuovo

Questo ha prodotto un doppio danno.
Da un lato istituzionale: uno Statuto esiste, ma non viene attuato.
Dall’altro culturale: parole come autonomia, identità, sicilianismo si sono logorate, svuotate, rese sospette agli occhi di molti.

Eppure quel sentimento non è scomparso. È ancora vivo. Ma non riesce ad esprimersi. Resta sotto traccia, come una corrente profonda che non trova sbocco. E anche questa è una delle ragioni dell’astensione: non solo rifiuto della politica esistente, ma assenza di un progetto credibile capace di incarnare quel sentimento senza tradirlo.

Per questo oggi non basta evocare. Non basta denunciare. Serve costruire. Serve qualcosa di nuovo, distinto e distante dai partiti tradizionali. Un civismo autentico, radicato nei territori, libero da logiche di apparato, fondato su credibilità, competenza e coerenza. Un modello in cui il cittadino non delega e scompare, ma partecipa, controlla, incide. In cui esistono strumenti reali di democrazia diretta, responsabilità effettiva degli eletti e possibilità di intervenire quando il mandato viene tradito.

La riscoperta dello Statuto siciliano

In Sicilia questo percorso può trovare una forza ulteriore proprio nella riscoperta dell’identità e nell’attuazione reale dello Statuto e dell’autonomia. Non come slogan, ma come strumenti concreti per migliorare la vita delle persone. Perché quella identità è il frutto di una storia millenaria, è una coscienza sedimentata, è qualcosa che appartiene profondamente al popolo siciliano.

Ma deve tornare ad essere credibile, deve tradursi in governo, in decisioni, in risultati. La fiducia non si proclama, si costruisce. E finché non si colmerà questa distanza, l’astensione continuerà a crescere. E con essa, il vuoto della rappresentanza.

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