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ROMA AL CINEMA. L’ultima legione

di Antonietta Patti
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Il cinema ha spesso raccontato Roma nel momento della sua massima espansione, e quando l’Impero Romano sembrava eterno e invincibile. L’ultima legione di Doug Lefler sceglie un periodo più fragile e malinconico: quella del tramonto. Prodotto dalla Dino de Laurentiis Company e dalla Quinta Communications, questo film del 2007, racconta la caduta di Roma, collegando la fine dell’Impero Romano d’Occidente alla nascita della leggendaria monarchia inglese.

In un breve prologo facciamo la conoscenza di un certo Ambrosinus che racconta la leggenda della “spada di Giulio Cesare”: un’arma potente, tramandata a Ottaviano Augusto e poi a Tiberio. Quest’ultimo decise di nasconderla, per evitare che finisse nelle mani sbagliate.

Il film comincia a Roma, una mattina del 460 d.C. In città è appena arrivato Aureliano Caio Antonio (interpretato da Colin Firth), comandante delle province africane, richiamato per diventare il prefetto del pretorio e assicurare la protezione del nuovo imperatore.

Il nuovo Cesare è un ragazzo: Romolo (interpretato da Thomas Sangster), figlio di Flavia e Oreste (Ian Glen e Beata Ben Ammar). Proprio la madre di Romolo sarebbe “discendente dei Cesari”. Precettore di Romolo è Ambrosinus, un druido nato in Britannia (interpretato da Ben Kingsley).

Oreste stringe patti con i barbari Goti, in particolare col il loro capo, Odoacre (Peter Mullan), che chiede un terzo dell’Italia per mantenere la pace. Non ottenendo ciò che vuole, Odoacre assalta il palazzo di Oreste, proprio il giorno dopo l’incoronazione di Romolo. Le milizie romane cadono sotto questo assalto, e lo stesso Aureliano rimasto svenuto ed è dato per morto.

Odoacre diventa quindi imperatore dell’Occidente, con l’appoggio del Senato e dell’imperatore d’Oriente. Egli pianifica di uccidere Romolo, ma Ambrosinus riesce a fermarlo. Convintosi che il ragazzo possa tornargli utile, manda il suo luogotenente Wulfila (Kevin McKidd) a rinchiudere Romolo e Ambrosinus a Villa Iovis, a Capri. Sull’isola, Romolo scopre una sala contenente una statua di Giulio Cesare che regge la leggendaria spada.

Romolo e Ambrosinus vengono tratti in salvo da un piccolo gruppo di soldati. Il gruppetto è composto da Aureliano e i suoi 3 uomini di fiducia (Vatreno, Batiato e Demetrio), insieme a Mira (interpretata da Aishwarya Rai), una guerriera keralite al servizio dell’Impero d’Oriente. Insieme si dirigono a Fano, da dove Romolo partirà per Costantinopoli

A Fano, Aureliano scopre di essere stato tradito dal suo amico, il senatore Nestore (John Hannah), e che l’Imperatore d’Oriente non intende dare asilo a Romolo. Mira, abbandona il suo posto di guardia dell’ambasciatore dell’Impero Romano d’Oriente e segue il gruppo che decide di andare in Britannia in cerca della IX legione: l’ultima legione rimasta fede all’imperatore.

Arrivati al vallo di Adriano, trovano un villaggio di contadini in cui abitano i soldati della IX legione, che hanno abbandonato il forte per vivere come i Celti. Alcuni hanno addirittura preso nomi celtici: il generale della legione Flavio Costantino Marcello si fa chiamare “Kustennin”.

A questo punto viene raccontato che la spada di Cesare, trovata da Romolo, è stata forgiata dai Calibi, con il materiale di una cometa caduta sulla terra, che una volta raffreddatasi in un ghiacciaio è divenuta ferro. Si scopre anche che Ambrosinus ha subito le ire di Vortgyn, il capo degli Angli (interpretato da Harry Van Gorkum). Questo tiranno, spietato e crudele, mira a governare la Britannia, e per questo cerca la spada di Cesare.

L’arrivo di Romolo però ha portato la guerra: l’imperatore era infatti seguito da Wulfila, che giunto in Britannia si allea con Vortgyn. Quest’ultimo minaccia il villaggio, nel tentativo di farsi consegnare Romolo e la spada. A questo punto, Aureliano decide di combattere contro l’esercito di Vortgyn, esortando gli ex soldati della IX legione.

I romani vincono la battaglia: Ambrosinus uccide Vortgyn, e Romolo uccide Wulfila, proprio con la spada di Cesare, vendicando i suoi genitori. L’ultimo imperatore di Roma ringrazia l’ultima legione e al grido di “niente più sangue! Niente più guerra!” lancia la spada che si conficca in una roccia.

Dopo molti anni, Ambrosinus passa davanti la spada nella roccia accompagnato da un ragazzo. L’anziano sta raccontando della battaglia dell’ultima legione avvenuta proprio lì, di Aureliano che rimasto lì ha sposato Mira, e ha cresciuto Romolo come un figlio. Lo stesso Romolo che prese il nome celtico “Pendragon” e governò la Britannia, la nuova casa dei romani.

A quel punto, il ragazzo, a cui Ambrosinus sta raccontando la storia, capisce che suo padre Pendragon era in realtà l’imperatore Romolo. Infatti, il dialogo finale si svolge tra un giovanissimo Artù, il futuro re della tavola rotonda, e Merlino, il vero nome di Ambrosinus.

La sceneggiatura di questo film ricalca quasi fedelmente la storia raccontata nell’omonimo romanzo di Valerio Massimo Manfredi. Il famoso scrittore ha tratto ispirazione da alcuni racconti che legano la caduta dell’Impero Romano d’Occidente alla leggenda di re Artù.

L’ultima parte del film spiega benissimo questo legame. Con la “spada di Cesare” incastrata nella roccia, e il dialogo finale tra Artù e Merlino, ma soprattutto con l’immagine che chiude il film, ancora più iconica. La “spada di Cesare”, ormai da anni conficcata nella roccia, rovinata dal tempo e col muschio che copre l’ originale iscrizione latina CAI-IVL-CAES-ENSIS-CALIBVRNVS (“la spada calibica di Giulio Cesare”), lasciando leggibili soltanto le lettere ES CALIBVR.

La storia de L’ultima legione racconta al vasto pubblico cinematografico una leggenda poco conosciuta: il legame tra l’Impero Romano e la mitica figura di re Artù. Perché re Artù sarebbe un diretto discendente degli imperatori romani.

Certamente L’ultima legione non è una cronaca fedele degli eventi storici. Il film ha infatti ampie libertà narrative: trasformando la fuga di Romolo in un viaggio iniziatico che conduce dalla dissoluzione di Roma verso una nuova alba. Romolo Augustolo e il piccolo gruppo di fedelissimi, guidati da Aurelius, proteggono l’ideale di un mondo che sta crollando sotto il peso delle invasioni barbariche e delle contraddizioni interne.

È qui che la Storia si intreccia apertamente con il mito: la leggendaria spada di Giulio Cesare, il passaggio in Britannia, la simbolica nascita di un’idea di regalità che rimanda alla saga arturiana. Roma, più che una realtà politica, diventa un’eredità morale e culturale destinata a sopravvivere oltre la propria fine.

In effetti, un’antica tradizione ipotizza che il popolo dei Calibi avessero forgiato la spada Escalibur. Proprio perché nel nome “escalibur” si è voluto vedere un legame col termine chalybis che i romani usavano per indicare il popolo a cui era attribuita l’invenzione della siderurgia. Tuttavia, questo popolo si era stabilito nell’Anatolia settentrionale, non in Britannia.

La leggenda della “spada di Cesare” è appunto una leggenda, un’invenzione di Valerio Massimo Manfredi. Forgiata in Britannia per il conquistatore Giulio Cesare, il quale, sebbene sia stato effettivamente un conquistatore, non ha conquistato la Britannia. Nel film poi, la “spada di Cesare” ricorda la spatha, la spada usata soprattutto della cavalleria romana.

Molti poemi medievali raccontano del leggendario re di Britannia Uther Pendragon quale padre dell’altrettanto leggendario re Artù. Uther Pedragon sarebbe stato il figlio del generale romano Flavio Claudio Costantino, che nel 407 d.C. avrebbe tentato di usurpare il trono all’imperatore d’Occidente Onorio. Divenuto famoso come Costantino III è annoverato come nonno del mitico re Artù.

Ma in nessuna leggenda è ipotizzato che Uther Pedragon fosse il nome celtico dell’imperatore Romolo. Nel film viene detto che il nome Pendragon significhi “figlio del drago”, quando in realtà significava “condottiero”. È un nome chiaramente legato all’età medievale. Anche perché nella Roma antica non era presente un interesse peri draghi: è una creatura fantastica che compare a Roma principalmente attraverso leggende medievali.

Nelle leggende bretoni però, Pendragon viene indicato anche come il fratello o il figlio o il nipote di un certo Ambrosius Aurelianus. Anche lui era un condottiero leggendario, che nel V secolo d.C. avrebbe sconfitto gli anglosassoni. Probabilmente è da lui che deriva il personaggio di Aureliano del film e il nome con cui Merlino era conosciuto a Roma.

La prima parte del film è infatti ambientata a Roma: in un’inquadratura si scorgono il Tevere e il Colosseo in lontananza. Tuttavia, all’epoca dei fatti narrati nel film la corte dell’imperatore d’Occidente non si trovava a Roma, ma a Ravenna. La città era diventata la capitale dell’Impero d’Occidente nel 402 d.C.

Del resto, anche l’anno indicato nel film, il 460 d.C., è un errore. Se è storicamente vero che l’ultimo imperatore dell’Impero Romano d’Occidente, Romolo Augustolo, fu spodestato da Odoacre dei Goti, questo però avvenne nel 476 d.C.

Inoltre, in una scena del film, il giovane Romolo si preoccupa della fine dei suoi predecessori, dicendo che negli ultimi 5 anni si erano succeduti 5 imperatori, tutti assassinati. Qui ci sono ben 2 errori storici. Negli 5 anni precedenti all’incoronazione di Romolo si erano succeduti solo 4 imperatori. E proprio il predecessore di Romolo, Giulio Nepote, non fu assassinato, ma esiliato.

Lo stesso Giulio Nepote, dopo la deposizione di Romolo Augustolo, ricoprì la carica di imperatore fino al 480 d.C. Era una carica de iure, ma riconosciuta dall’imperatore d’Oriente Zenone e da Odoacre dei Goti (che invece ricopriva la carica de facto).

Lo stesso Odoacre che nel film mette a ferro e fuoco Roma è un errore. Potrebbe essere un rimando al sacco di Roma compiuto dai Visigoti di Alarico, nel 410 d.C.

Moltissimi errori si notano nella ricostruzione archeologica. A partire dall’enorme statua sulla quale di arrampica il giovane Romolo all’inizio del film. Una scultura più simile a quelle degli Argonath de Il Signore degli Anelli, che a quelle romane. O forse è un riferimento al Colosso di Rodi.

Se la statua di Giulio Cesare che Romolo trova a Capri è accostabile alla ritrattistica romana, lo stesso non si può dire del mosaico che ritrae il volto del dittatore di Roma. Il mosaico, che dovrebbe essere stato realizzato nel I secolo d.C., ha lo stile tipico dell’arte tardoantica, databile più al V secolo che al I.

Molto più complessa è l’immagine data delle legioni stanziate lungo le frontiere. Se nel film la IX legione si è disfatta perché i legionari si sono sentiti abbandonati da Roma, e hanno preferito iniziare una nuova vita integrandosi con i Celti della Britannia, nella realtà avveniva il contrario.

La diffusione del Cristianesimo (che aborre la guerra e l’omicidio) e il calo demografico causarono una minore presenza di cittadini romani nell’esercito. Questo rese necessaria l‘integrazione di soldati appartenenti a tribù barbare all’interno dell’esercito romano. In questo senso, almeno all’inizio, l’esercito funzionò come una grande macchina d’integrazione per i barbari.

Il sentimento di abbandono, proclamato dal generale della IX legione nel film, può essere veritiero. Le continue devastazioni provocate dalle tribù barbare che premevano ai confini dell’Impero causarono, oltre alla perdita di numerose legioni, una forte diminuzione del gettito fiscale. Questo impose grandi limiti finanziari al mantenimento di un esercito professionale come era quello romano.

Dal punto di vista visivo, il film costruisce una Roma lontana dagli splendori del cinema classico. Le scenografie e i costumi restituiscono un impero esausto, in cui l’instabilità prende il posto degli antichi fasti. Non è la Roma dei trionfi nei fori gremiti, ma una città che assiste impotente al disfacimento della propria autorità.

Il cast internazionale e le scenografie quasi favolistiche contribuiscono a dare al racconto un’ottica ampia. In questo senso, L’ultima legione si inserisce in quella tradizione cinematografica che usa Roma come grande metafora di morte e rinascita, del passaggio di testimone tra civiltà.

…tutti noi, insieme abbiamo combattuto una vita intera per l’impero creato dai nostri avi. E insieme abbiamo visto questo stesso impero sgretolarsi. […] Difenderemo fino alla morte quest’isola di Britannia da coloro che vogliono strapparle l’anima e il cuore! E quelli che verranno dopo di noi ricorderanno che al mondo sono esistiti i soldati romani, le spade romane e il cuore romano!

L’ultima legione rappresenta una visione cinematografica particolare di Roma. Perché non esalta la potenza di Roma, ma ne racconta la fine come atto fondativo di nuovi racconti. La caduta dell’Impero Romano d’Occidente costituisce l’inizio di una trasformazione. E Roma, seppur disfatta, continua a vivere nel mito, nella memoria e nel cinema. La dimostrazione più lampante di come la sua storia è destinata a non finire mai.

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