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Il silenzio che parla: l’importanza delle sepolture tra memoria e identità

di Antonietta Patti
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Capita spesso che durante dei lavori di costruzione, oppure di manutenzione o di rifacimento, gli archeologi scorgano tracce del nostro passato. Una di queste tracce sono spesso le sepolture.

La tomba, intesa come luogo di riposo per i resti mortali di un essere umano, è una delle esigenze che l’Umanità ha avuto fin dalla preistoria. Non si tratta solo di un gesto igienico, bensì di un rito essenziale: un ponte tra chi è scomparso e chi resta. La sepoltura è un luogo fisico e simbolico in cui si intrecciano memoria, identità e futuro, attraversando le generazioni.

Ritualizzare nelle cerimonie funebri il passaggio verso lo sconosciuto rappresentò un momento decisivo dell’evoluzione umana. La paura della morte spiega tutte quelle credenze che le civiltà umane hanno creato per cercare di spiegarne e accettarne i misteri; nella speranza di un futuro sconosciuto ma felice. Una auspicio che per i seguaci di culti misterici, soprattutto per i cristiani, è diventata certezza e quindi fede.

Elementi di chiusura delle sepolture a grotticella
Elementi di chiusura delle sepolture a grotticella, facies di Castelluccio, Museo Archeologico Paolo Orsi di Siracusa (foto di A. Patti)

Nelle culture del Neolitico, gli Uomini seppellivano i defunti sia dentro l’abitato, sia in luoghi comunitari. È stato documentato che alcune famiglie seppellivano i propri defunti sotto le loro abitazioni, come se la presenza degli antenati dovesse continuare a far parte della quotidiana vita familiare. Ma si ritrovano anche tombe collettive, come i dolmen, i megaliti e le camere scavate nella roccia dette “tombe a grotticella” o “tombe a forno”.

Sarcofago egizio, Accademia d’Egitto a Roma (foto di A. Patti)

In Egitto la sepoltura raggiunse vette altissime di elaborazione rituale e simbolica. I defunti venivano mummificati e conservati in sarcofagi decorati con volti, simboli e formule magiche. Le camere funerarie erano riccamente decorate e ricolme di doni, mobili e testi sacri. Alcune di queste sepolture, come le piramidi, sono tanto monumentali da essere considerate una delle Sette Meraviglie del Mondo Antico.

Per i Greci e i Romani seppellire un defunto era innanzitutto un dovere sacro, perché chi non veniva sepolto non avrebbe potuto accedere agli Inferi. La legge romana dello ius sepulchri concedeva a chiunque la dignità di una sepoltura. I rituali funerari comprendevano atti di purificazioni, offerte, banchetti funebri, e in alcuni casi giochi.

Urna cineraria in terracotta, Museo Archeologico Regionale Antonino Salinas di Palermo (foto di A. Patti)

Nelle società antiche erano diffuse due modalità di sepoltura principali: la cremazione e l’inumazione. La prima è l’incinerazione del corpo, lasciato in loco e ricoperto di terra e pietrame (primaria), o con la raccolta delle ceneri in urne (secondaria). Le urne cinerarie venivano seppellite o deposte in tombe monumentali oppure in colombari (edifici che raccoglievano molte urne in piccole nicchie semicircolari coperte da lastre).

La seconda è la deposizione del corpo in una tomba da seppellire sotto terra, solitamente insieme a un corredo (oggetti spesso appartenuti allo stesso defunto). In età classica i corpi deposti per inumazione potevano essere conservati in diversi tipi di sepoltura. Ad esempio, nelle sepoltura a fossa semplice il corpo era posto in posizione supina dentro fosse scavate nel terreno.

Sepolture in cassa fittile
Sepolture in cassa fittile, Antiquarium di Himera (foto di A. Patti)

Nelle fosse alla cappuccina il corpo era disteso sulla terra o su un letto di tegole in terracotta, le stesse che coprivano la fossa come un tetto a doppio spioventi. I corpi potevano essere deposti in una cassa di mattoni crudi, a volte rivestiti da un intonaco bianco. Oppure dentro in una cassa fittile, cioè di terracotta, sempre collocate sotto terra.

Sepoltura ad enchytrismos proveniente da Himera, mostra Himera dagli alti dirupi alla Stazione Centrale di Palermo (foto di A. Patti)

I neonati e i bambini molto piccoli venivano spesso deposti, insieme a un corredo, in un contenitore in terracotta (un vaso o un’anfora) che poi veniva sepolto sotto terra: la sepoltura ad enchytrismos. Infine, il corpo poteva essere deposto dentro un sarcofago, di terracotta o di marmo, spesso finemente decorato da bassorilievi raffiguranti scene mitologiche, di battaglia, di caccia, o bibliche (in ambito cristiano).

All’interno delle catacombe, il loculo era il tipo di sepoltura più usato: una cavità parallelepipeda, con il lato più lungo a vista chiuso da lastre (tabulae o mensae) fissate con calce o muratura intonacata. Mentre un arcosolio è un’arca scavata nella parete e chiusa da una lastra, e sormontata da un arco e decorata da affreschi dai colori vivaci. Nel tentativo di recuperare spazio di sepoltura, nelle catacombe si trovano anche le formae: delle semplici tombe scavate nella pavimentazione e ricoperte da lastre, sovente marmoree.

Le necropoli pagane non manifestavano esplicitamente un’identificazione religiosa, giacché erano espressione di quel pluralismo di culti, peculiare delle società antiche. I principi di sodalitas si rivelano nella creazione di cubicoli divisi per nuclei familiari e per gruppi sociali riconducibili a corporazioni militari e professionali.

Soltanto dalla fine del II secolo d.C., con l’affermazione di una comunità cristiana coesa e unita, il voler appartenere a una aggregazione religiosa significò anche la creazione di spazi funerari esclusivi. Fino a quel momento i cristiani avevano sepolto i propri morti insieme ai pagani, in necropoli sub divo, cioè aree sacre ben delimitate sopra terra.

Il “cimitero” è un’area di sepoltura peculiare delle culture cristiana e giudaica. Il termine deriva dal greco κοιμάω (“addormento”) e ha avuto numerosi sinonimi a seconda della collocazione geografica (accubitorium, criptae, arenarium, ecc…). La parola suggerisce che la sepoltura fosse considerata un luogo di riposo temporaneo, in attesa della Resurrezione.

Arcosoli e formae della Catacomba di San Michele Arcangelo a Palermo (foto di A. Patti)

Quando il cimitero è nel sottosuolo viene chiamato “catacomba”. Termine che deriva dal greco χατἀ χὑμβην (“presso la cavità”), poiché “ad catacumbas” era l’area cimiteriale sotterranea sulla Via Appia oggi nota come “catacomba di San Sebastiano”. È documentato un unico caso di “catacomba pagana”: ad Anzio, scavata nel tufo e composta da 43 loculi e due formae, databile tra il IV e il III secolo a.C.

Le catacombe sono organizzate in una rete concatenata di gallerie strette, spesso a più piani, ordinate secondo uno schema più o meno regolare. Ogni spazio era utilizzato a scopo di sepoltura, solitamente secondo un’uniformità tipologica nella scelta della tomba, dovuta al rispetto del principio ugualitario della religione cristiana.

Le gallerie venivano quindi rivestite da file di loculi, e non venivano affrescate per poterle ampliare. Perciò, laddove si riscontrano tombe monumentali, come arcosoli o cubicoli esclusivi, ci si trova davanti alle sepolture di personaggi eminenti o di un ceto sociale più alto. Le catacombe di Villagrazia di Carini e di Porta d’Ossuna a Palermo, sono gli esempi più illustri della Sicilia occidentale.

Colombario dei Dipinti, Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano a Roma (foto di A. Patti)

Gli archetipi di riferimento della catacomba si possono individuare nelle tombe a camera con dromos (tipica delle culture orientali ed etrusco-italica), nei colombari e nelle sepolture sotterranee private lungo le vie consolari. Secondo il diritto romano infatti, le aree sepolcrali dovevano essere tutte all’esterno della cinta muraria. Non soltanto la superstizione ma anche dei principi d’igiene vietavano le sepolture entro le mura del pomerium (le sacre mura della città).

Perciò le famiglie seppellivano i propri cari lungo le vie consolari: dalle sepolture più semplici come quelle nella terra, ai monumentali mausolei in prima fila. Roma fornisce numerosi esempi di questi edifici sepolcrali, come quelli sulla Via Appia e sulla Via Latina. Questa pratica era anche una sorta di biglietto da visita della città: un’espressione della ricchezza dei suoi abitanti.

sepolture nel Parco delle Tombe di Via Latina
Parco delle Tombe di Via Latina a Roma (foto di A. Patti)

Un cambiamento arrivò alla metà del IV secolo d.C., quando la comunità cristiana ha cominciato a preferire le sepolture nei cimiteri sopra terra, a volte anche entro le mura urbane, perché più economica e agevole rispetto a quella nelle catacombe. Si tratta dei coemeteria martyrum, ossia quelle aree di sepoltura attorno alle basiliche costruite sopra o intorno all’avello di un martire (spesso l’altare vi era collocato esattamente sopra).

Il desiderio di seppellire i defunti vicino le basiliche, dove si trovano le tombe o i reliquiari con le spoglie dei martiri, causò l’abbandono di molte catacombe, e in alcuni casi la loro caduta nell’oblio. Poche catacombe continuarono a essere conosciute, perché santuari per la venerazione dei martiri.

Sfatiamo una leggenda: l’uso delle catacombe era esclusivamente funerario. Gli ambienti di una catacomba sono troppo umidi e ristretti affinché una comunità possa radunarvisi. Inoltre, le autorità romane ne conoscevano l’esistenza, quindi non potevano neppure essere usate come luogo di riunione o riparo segreto.

La propensione per la creazione di sepolcreti ipogei deve probabilmente la sua origine alla tradizione etrusca che prevedeva camere sotterranee dove celebrare pasti in comunione coi morti. Un rituale adottato anche dai romani: il refrigerium, ossia un banchetto in onore dei defunti che riusciva a “refrigerare”, a dare sollievo fisico e spirituale, agli addolorati parenti.

I romani pagani lo svolgevano soprattutto durante la festività dei parentalia, nove giorni del mese di febbraio che venivano dedicati alla commemorazione dei defunti e in onore degli Dei Mani. Secondo le credenze e le leggi sacre romane, questi rituali erano un diritto che i defunti pretendevano, e che i loro parenti ancora in vita avevano l’obbligo di assolvere. In questo modo si dimostrava la pietas del popolo romano, a dimostrazione del legame tra i viventi e i propri antenati, ai quali si chiedeva protezione.

I cristiani hanno mutuato questo rituale, come si evince da alcune sale ritrovate nelle catacombe destinate a banchetti rituali. In esse si celebrava l’unione coi propri parenti scomparsi, e coi santi martiri sepolti nel sito. Secondo la tradizione, era uso comune organizzare dei banchetti e offrire doni ai defunti nel giorno dell’anniversario della loro morte. Questa data per i cristiani era il dies natalis, quello in cui la persona nasceva in Cristo, e in comunione con Dio cominciava la vita eterna in Paradiso.

Questi rituali, in un certo senso, sopravvivono ancora oggi; ad esempio, nella tradizionale “festa dei morti”, che celebriamo ogni anno il 2 novembre. In questa occasione ci rechiamo al cimitero, deponiamo fiori, magari accendiamo una candela: gesti coi quali riconosciamo e ricordiamo chi è venuto prima di noi. In quel giorno, e in ogni altra giornata di lutto, riaffermiamo che l’amore non si spegne con la morte.

sepolture di età romana a marsala
Arcosolio dell’Ipogeo di Crispia Salvia a Marsala, sepoltura pagana di età romana (foto di A. Patti)

Oggi possiamo osservare che la tumulazione, ovvero la deposizione del corpo in una bara con controcassa in zinco saldata ermeticamente, è la forma di sepoltura più diffusa. Il feretro viene riposto in loculi, in cappelle di famiglia e nelle tombe a fossa, all’interno dei cimiteri.

Ancora oggi dare sepoltura è essenziale. I luoghi di sepoltura raccolgono i resti preservando la memoria di una persona. Sono posti che diventano fonti di radicamento e luoghi di pellegrinaggio per i discendenti, i depositari della storia di una famiglia e di una comunità. Le sepolture sono un’offerta di conservazione della memoria. Le tombe evocano silenzi e narrano storie, mantengono accesa una relazione tra chi vive e chi riposa nell’aldilà. Continuano a parlare: e vale la pena ascoltarle.

Immagine di copertina: Il “sarcofago di Portonaccio”, Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme a Roma (foto di A. Patti)

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