L’ultimo giapponese che si arrese ufficialmente al termine della Seconda Guerra Mondiale fu Hiroo Onoda, un ufficiale dell’intelligence dell’esercito imperiale giapponese. La sua storia è una delle più straordinarie della storia militare moderna e simboleggia in modo estremo il codice d’onore giapponese e il concetto di bushidō: lo spirito del guerriero samurai.
Hiroo Onoda nacque nel marzo 1922, nella prefettura di Wakayama, in Giappone. Nell’esercito imperiale giapponese ricopriva il ruolo di tenente, e fu inviato nell’Isola di Lubang, nelle Filippine nel dicembre del 1944.
Hiroo Onoda aveva l’ordine di condurre operazioni di guerriglia contro le forze americane, per impedire loro l’uso del porto e della pista aerea. Gli fu detto esplicitamente di non arrendersi mai, a meno che non avesse ricevuto ordini diretti da un superiore.
La Seconda Guerra Mondiale finì nell’agosto 1945: il Giappone si arrese il 15 agosto 1945, ma Onoda e i pochi commilitoni rimasti con lui non credettero alla notizia. Pensarono che fosse propaganda nemica, e ignorarono i volantini lanciati dagli aerei e i messaggi radio. Cominciò così un lungo periodo di clandestinità. Onoda, insieme ad altri tre soldati, visse per 29 anni nella giungla, sopravvivendo grazie alla caccia, al riso rubato ai contadini locali, e a occasionali razzie. Ebbero scontri armati con la polizia e i contadini. Onoda e i suoi uccisero diverse persone nel corso degli anni, convinti fossero nemici. Col tempo, i suoi compagni morirono: l’ultimo, Kozuka, fu ucciso dalla polizia filippina nel 1972.
Nel 1974, un giovane giapponese di nome Norio Suzuki, in cerca di “Onoda, un panda e l’abominevole uomo delle nevi”, partì per Lubang e trovò davvero Onoda. Gli parlò, ma Onoda disse che avrebbe obbedito solo a un ordine ufficiale di un suo superiore.
Così fu rintracciato il suo ex comandante, il maggiore Yoshimi Taniguchi, ormai pensionato, che volò nelle Filippine, indossò la vecchia uniforme e ordinò ufficialmente a Onoda di deporre le armi. Hiroo Onoda si arrese il 9 marzo 1974, con la sua uniforme ancora in buone condizioni, la spada di servizio, un fucile Arisaka 99 perfettamente funzionante e alcune munizioni.
Le reazioni nelle Filippine e in Giappone furono solenni. Il presidente delle Filippine, Ferdinand Marcos, gli concesse la grazia, riconoscendo che aveva agito seguendo gli ordini ricevuti. In Giappone, Onoda divenne una sorta di eroe nazionale, simbolo di fedeltà, perseveranza e sacrificio.
Onoda visse in uno stato di costante tensione paranoica, interpretando ogni segnale come parte della guerra. Ciò dimostra un fortissimo senso del dovere e un’adesione risolutiva al concetto di “non arrendersi mai”, radicato nella cultura militare giapponese dell’epoca, e riflette il peso del “bushidō” il codice etico samurai: lealtà al comando, onore, disciplina assoluta. La cultura giapponese pre-1945 insegnava che la resa era peggiore della morte; quindi Onoda non poteva concepire l’idea di arrendersi senza un ordine diretto.
Non di meno, va considerato che Onoda non fu punito per gli scontri con i civili e la polizia, che causarono diverse morti, perché agì in buona fede, credendo di essere ancora in guerra.Alcuni storici e osservatori sollevarono questioni etiche sul suo comportamento e sulle sue azioni violente.
Dopo la resa, Hiroo Onoda pubblicò un libro autobiografico: “No Surrender: My Thirty-Year War”. Per un periodo si trasferì in Brasile, dove lavorò in agricoltura. Tornò in Giappone per fondare una scuola per ragazzi, promuovendo valori di sopravvivenza, coraggio e disciplina. Hiroo Onoda morì a Tokyo, il 16 gennaio 2014, all’età di 91 anni.


