“Su dunque, tutti, Achei dai vaghi schinieri, restate, finché non sia la grande città dei Troiani espugnata” (Iliade, II, 323-324). Questa è l’esortazione che Atena, sotto mentite spoglie, lancia agli Achei che assediano Troia. La guerra di Troia è forse il conflitto più celebre della storia dell’Umanità, perché ha rappresentato un momento cardine per i popoli dell’Occidente. Ma è anche uno dei primi esempi di come un assedio possa avere per obiettivo la distruzione di una città e lo sterminio della sua popolazione.
La guerra di Troia, così come ci è arrivata dalla tradizione (Iliade, Odissea e versioni successive), affonda le sue radici nel mito. Paride, principe troiano, ospite del re di Sparta Menelao, rapisce la regina Elena e la conduce a Troia. Questa azione porta i greci a compiere una spedizione punitiva nei confronti di Paride e di tutta la sua città. Una spedizione mossa da ben due motivi.
Paride infatti, aveva tradito la legge divina della xenia (l’ospitalità), un vincolo sacro determinato da doni, che il rapimento della moglie del suo ospite ha infranto. Altrettanto sacro era il giuramento dei principi della Grecia che erano stati i pretendenti di Elena. Essi, per scongiurare una guerra tra loro, giurarono di non attaccare e anzi difendere il marito che lei stessa avrebbe scelto.
I racconti sulla guerra di Troia ci riferiscono di un lungo conflitto, combattuto contro una città fortificata, e terminato con un stratagemma che porta alla distruzione della città. Ma il racconto omerico ci racconta qualcosa di più dei duelli tra eroi e delle strategie belliche. Ci mostra che la guerra non è mai soltanto campo di battaglia, ma un teatro in cui si decide il destino delle società.
Al contrario di quanto si possa pensare, l’Iliade di Omero non racconta la caduta di Troia, bensì preannuncia il triste destino della città. Nel poema omerico sono descritte le mura inviolabili, le famiglie chiuse nella città, il tempo che logora gli animi dei cittadini. L’elemento centrale dell’epica omerica non è solo lo scontro fra eroi, come quello ormai famosissimo tra Achille ed Ettore. Ma la condizione stessa dell’assedio, nel momento in cui la città diventa una prigione. E il nemico non uccide più soltanto sul campo di battaglia, ma infligge fame, paura e disperazione.

Questa narrazione è utile come archetipo: la guerra che diviene assedio. La città che si trova imprigionata non è messa più alla prova solo dalle armi, ma anche dalla sua capacità di sopravvivenza collettiva. L’assedio prolungato infatti, mira a spezzare la facoltà di una comunità di vivere e di riprodursi.
A distanza di millenni, questo archetipo trova inquietanti e dolorose corrispondenze nelle guerre contemporanee, dove l’assedio non è più mito, ma realtà concreta. Una strategia militare che causa centinaia di migliaia di vittime civili per fame e bombardamenti, e che quindi sfocia nella catastrofe umanitaria.
Ma cosa cambia, nella sostanza della violenza e nella sua portata morale, quando la logica della guerra si trasforma in assedio deliberato di popolazioni civili, che vengono private di cibo, di medicine e di ogni via di fuga? Da strumento di pressione, l’assedio diventa un mezzo di annientamento, uno strumento di sterminio.
Tante organizzazioni internazionali e gruppi per i diritti umani hanno documentato casi in cui un assedio, ovvero la privazione di aiuti, il blocco delle vie di accesso, la distruzione intenzionale di infrastrutture civili e le campagne di bombardamento hanno portato a condizioni assimilabili all’uso della fame come arma di guerra. A livello legale, impedire la consegna di cibo, acqua e carburante, può essere considerato un grave illecito internazionale, e potenzialmente un crimine di guerra.
L’assedio è quindi un’arma, che priva i civili di beni essenziali, distrugge infrastrutture vitali, soffoca la vita quotidiana e talvolta mira deliberatamente allo sterminio. La Convenzione delle Nazioni Unite stabilisce che privare una popolazione dei mezzi di sopravvivenza essenziali può configurarsi come genocidio.
Il mito della guerra di Troia ci consegna una verità essenziale: l’assedio è sempre disumanizzante. Un assedio che si accanisce contro la vita stessa della popolazione, non è mai soltanto conflitto militare: ha l’obbiettivo intrinseco di uno sterminio. Un genocidio che è cancellazione culturale, annientamento della memoria, distruzione del futuro.
La guerra, o assedio, di Troia durò 10 anni. Ha avuto fine soltanto col famoso stratagemma del cavallo di legno. Grazie al “cavallo” gli Achei riuscirono a entrare in città per saccheggiarla e darla alle fiamme. Questo segnò non soltanto la caduta di una potenza militare, ma la cancellazione di una comunità intera.
Difatti, i Greci sterminarono in parte la popolazione. Oltre a deportare molte donne, come bottino di guerra, e per ridurle in schiavitù. Come la principessa Adromaca, sposa di Ettore, che finì a servire nella casa di Neottolemo. Questi era figlio di Achille e l’assassino di Astianatte, il neonato figlio di Ettore, gettato dalle mura affinché non potesse far risorgere il regno di Troia.
Tuttavia, per quanto l’epica abbia magnificato la guerra di Troia e la grande vittoria dei Greci, questo evento ha segnato il decadimento della società achea. La guerra protrattasi così a lungo aveva causato disorganizzazione e ribellione nelle patrie degli eroi achei. Il mito stesso lo racconta. Ad esempio, Agamennone trova la morte appena tornato a Micene. Al ritorno nella sua Argo Diomede si trova spodestato ed è costretto all’esilio. Ulisse dovrà vagare per 10 anni prima di riuscire a tornare alla sua Itaca e dovrà eliminare i Proci prima di tornare a regnarvi.
Le tracce archeologiche confermano che effettivamente intorno al 1200 a.C. l’area del Mediterraneo orientale venne sconvolta. In quel periodo, alla fine dell’Età del Bronzo, si succedettero la caduta dell’Impero Ittita, il declino dell’Egitto, e la distruzione di Troia, Ugarit e delle città di Cipro. Mentre nella Grecia continentale i palazzi fortificati dei sovrani achei furono abbandonati e distrutti, portando alla scomparsa della civiltà micenea.
È ormai una teoria consolidata che i poemi epici di Omero e i racconti successivi hanno romanzato un fatto realmente accaduto: la guerra e la distruzione della città di Troia. Ovviamente, il conflitto non è nato per vendicare il rapimento di una donna, ma per il tentativo dei regni micenei, in Grecia, di avere il controllo sui commerci verso il Mar Nero.
Troia, chiamata anche Ilio o Wilusa, l’attuale Hissarlik in Turchia, controllava lo stretto dei Dardanelli, che divide il Mar Egeo dal Mar Nero. Ecco perché per i greci era fondamentale conquistare quella città a cavallo tra la penisola anatolica e la Tracia, uno degli snodi commerciali più importanti dell’area.
Se gli eroi greci che vinsero la guerra di Troia non riuscirono a godere della loro conquista, i Troiani non vennero completamente sterminati. Alcuni, sopravvissuti all’assedio e scampati allo sterminio del loro popolo, riuscirono a scappare e a mettere radici in altri luoghi. Molte leggende sulla fondazione di città italiane si rifanno alla fusione delle popolazioni autoctone con gruppi di immigrati reduci dalla guerra di Troia.
Il sopracitato Diomede trovò rifugio nella nostra penisola, stabilendosi nella Daunia, in Puglia. Tucidide racconta che gli Elimi erano rifugiati Troiani che si stabilirono in Sicilia, accanto al popolo dei Sicani, ed Erice e Segesta furono le loro principali città. Il protagonista dell’Eneide di Virgilio è Enea, principe di Troia, che scampato alla distruzione della città è destinato a raggiungere il Lazio, dove egli si unirà ai Latini e costruirà Lavinio, mentre la sua progenie fonderà Roma. Un altro principe troiano, Antenore, condusse un gruppo di rifugiati verso Occidente, raggiunse l’Italia e nel Veneto fondò Padova.
La ricerca archeologica ha trovato le tracce di un periodo di forte crisi nell’area mediterranea alla fine dell’Età del Bronzo. Scarsità della produzione agricola e siccità prolungata sono testimoniate dalle tavolette d’argilla (che costituivano l’archivio dei palazzi micenei) e dalla profusione di pozzi e cisterne scavati per la raccolta delle acque.
Alla crisi climatica che ha investito l’area del Mar Mediterraneo si sono forse uniti eventi catastrofici come i terremoti. Questa situazione ha spinto i popoli a muoversi, generando incontri culturali e guerre per il possesso del territorio e la gestione delle risorse. Un processo di migrazioni che ha plasmato la nostra civiltà.
Va ricordato infatti, che un assedio non colpisce soltanto il corpo, ma lascia ferite anche nell’anima. I profughi conservano il ricordo di un vissuto traumatico, fatto di bombardamenti, fame e paura, che spesso è difficile da elaborare. Eppure, nonostante il peso di queste esperienze, molte comunità in esilio hanno dimostrato una straordinaria capacità di resilienza. E con le giuste occasioni sono riuscite a ricostruire legami, creare nuove case in e mettere radici. La migrazione forzata è sia fuga dalla distruzione, sia la possibilità di generare nuova vita.
Se la letteratura ha conservato Troia come monito eterno, la Storia e il Diritto dovrebbero essere i nostri strumenti per non ripetere lo stesso errore. Eppure, ancora oggi assistiamo ad assedi che durano anni, a popolazioni stremate, a comunità messe di fronte a una scelta che non dovrebbe esistere: vivere o morire, per decisioni prese altrove.
Omero ci racconta la caduta di una città come una storia di eroici scontri, e oggi ci chiediamo cosa ci fosse di “eroico” nell’assedio di una città e nello sterminio dei suoi cittadini. Di certo, oggi assistiamo a tragedie che non hanno nulla di eroico. E che, se non cambiamo rotta, la Storia ricorderà come fallimenti della nostra civiltà.



