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La deificazione del Sanzio, la glorificazione di Leonardo e il falso antagonismo con Michelangelo

di Roberto Zaoner
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Leonardo Michelangelo e Raffaello Sanzio

Critici d’arte, letterati, intellettuali dal Rinascimento fino ai giorni d’oggi, hanno sempre pensato, non a torto, che Leonardo, Michelangelo e Raffaello siano stati uomini straordinari nelle loro arti e mestieri, fuori dal comune ed essere stati i pionieri della storia dell’arte. E con ogni probabilità rimarranno sempre vive le loro opere stupefacenti da ogni punto d’osservazione si vogliano giudicare i loro lavori.

Il Rinascimento è stato un periodo molto talentoso e fecondo nell’Italia centrale, con un’impronta straordinaria data da questi tre grandi artisti, non trascurando le collaborazioni di valenti professionisti dell’arte, infaticabili e ricchi di straordinarie capacità, come quelli che lavoravano nelle botteghe di Michelangelo e di Raffaello e che a torto sono ingiustamente trascurati e anche sconosciuti, ove si voglia fare menzione dei loro meriti e dei loro aiuti molto preziosi a giovamento dei loro maestri. Buona parte del lavoro di Raffaello, ad esempio, era affidato a questi artisti di pregio. Se consideriamo, peraltro, che il Sanzio non ha vissuto molti anni, si deve ritenere che è stato un artista estremamente prolifico, con una produzione numerosissima di opere, anche grazie alla collaborazione degli artisti di alto livello che lavoravano per lui.

Ignorare i loro proficui impegni è un’ingiustizia che la storia opera verso l’ingegno artistico di quei collaboratori, che grazie al loro grande impegno e apporto profuso verso i loro maestri, si è contribuito ad ottenere un grandissimo valore e una visibilità notevole alle opere dei tre geni, conosciute e glorificate anche ai nostri tempi e a quelli che succederanno.

Raffaello Sanzio è conosciuto come uno degli artisti più grandi di ogni tempo e interprete magistrale del concetto estetico del “Bello”. Artista, quindi, molto attivo, ma anche profondamente innovativo. Questo imponente artista è stato da esempio per altri grandi maestri che si sono succeduti nei secoli a venire. È stato altamente ammirato ed emulato, e il suo linguaggio espressivo fu portato avanti dai suoi collaboratori in tutta Europa. Fu predecessore del “manierismo”. Il periodo rinascimentale vide la luce forse per merito di una progressione artistica, che ebbe inizio da un periodo di ascesa, incominciata alla fine del Duecento, con Cimabue e Giotto.

Leonardo Da Vinci, Michelangelo e Raffaello si qualificarono come i veri rappresentanti di un periodo artistico iniziato dalla fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento, chiamato Rinascimento, nel quale la fioritura delle arti e l’altissimo livello in ordine a capacità espressiva e tecnica dei suoi rappresentanti non ha avuto eguali ed è stato superiore per bellezza anche alla “arte antica” (i migliori esponenti che l’epoca classica ci ha consegnato). Questo florido e validissimo   periodo in ordine alle arti ha raggiunto una perfezione formale e un ideale di “bello” in grado di essere così completo e irraggiungibile da tutte le epoche dell’umanità.

Nonostante Il biografo Vasari avesse raccomandato agli artisti, che vissero in periodi più recenti di Raffaello, di seguire la natura nelle loro opere e di augurarsi che essi avessero dunque ad esempio i modelli e canoni rinascimentali per acquisire la “bella maniera” per le composizioni dei loro lavori, verrà deluso dagli eventi. Il significato di “maniera”, positivo per Vasari, venne in seguito trasformato in “manierismo”, nei secoli XVII e XVIII, assumendo una connotazione negativa. I “manieristi” erano infatti quegli artisti che avevano smesso di prendere a modello la natura secondo l’ideale rinascimentale e ispirandosi solo allo stile di Leonardo, Michelangelo e Raffaello. Le opere dei “manieristi” portarono dunque alla banalizzazione come una sterile ripetizione pedissequa dello stile dei tre monumentali artisti.

Nel corso degli anni il genio di Raffaello fu molto imitato e d’esempio per i futuri artisti nelle epoche successive. Affermatosi come modello assoluto per tutte le accademie di belle arti fino alla metà dell’Ottocento, il mito di Raffaello era pure presente nell’era contemporanea del XX e XXI secolo, perfino nelle arti come il cinema e il fumetto.

Raffaello è probabilmente il pittore più universale mai esistito in ogni tempo. Le sue opere, analizzate, ammirate e studiate, non hanno mai conosciuto momenti di oblio. A tal proposito, Giorgio Vasari ne fa dell’immenso artista un’eccellente descrizione, come forse non aveva mai fatto con altri esponenti dell’arte, e il critico d’arte Vittorio Sgarbi afferma che:

“Raffaello ha creato il mondo. Dio si era limitato ad abbozzarlo, Raffaello lo ha perfezionato”. Sicuramente un’esagerazione dovuta, però, alla grande ammirazione che tutti i critici d’arte che si conoscono hanno sempre dimostrato d’avere per questo irraggiungibile artista.

In un’altra occasione, lo stesso Sgarbi ha aggiunto che: “Raffaello dipingeva i pensieri”. In questa affermazione, il critico d’arte mi trova d’accordo. Se osserviamo i dipinti del Sanzio, non possiamo non notare come i suoi personaggi sembrano parlare, e nei loro sorrisi suadenti e avvincenti si osserva chiaramente che sono dettati da pensieri e che potremmo anche comprenderne il significato.

Raffaello partendo dalla compostezza umbra, per poi accostarsi alla sensibilità leonardiana fino ai temi michelangioleschi, con la sua visione solenne e posata, generò uno stile personale che fu uno degli input principali del “manierismo”, corrente artistica prima italiana e poi europea del Cinquecento, tendente all’imitazione accademica di Raffaello e del grandioso artista di Caprese. Il “classicismo” dei secoli successivi al Cinquecento non sarebbe mai sorto senza le opere eccellenti della fase romana di Raffaello. La sua impronta fu un modello imprescindibile nella fase delle accademie sette-ottocentesche, fonte d’ispirazione di maestri come Ingres e Delacroix. La sua influenza è marcatamente ravvisabile negli artisti impressionisti, come Manet, Degas, Renoir, non dimenticando gli esponenti delle avanguardie novecentesche, come Salvador Dali, Giorgio De Chirico e Pablo Picasso.

A Roma, con l’aumento della notorietà, le commissioni del giovane artista si fecero così pressanti e spesso urgenti che l’urbinate non riuscì più a soddisfare le numerose richieste; aprì dunque una bottega, com’era d’uso al tempo, ma la organizzò in maniera del tutto innovativa. I suoi assistenti, difatti, non erano semplici garzoni o giovani apprendisti a cui delegare piccoli dettagli, bensì professionisti specializzati in vari ambiti professionali, a cui Raffaello, quindi, dava parti consistenti del lavoro da eseguire per completare le sue opere.

Il suo atelier era concepito in modo opposto a quello di Michelangelo, che preferiva, invece, demandare ai suoi collaboratori semplici lavori, quali la preparazione dei colori, quella degli intonaci per gli affreschi ed altri piccoli lavori di base alle opere che nascevano. Michelangelo poteva così mantenere una leadership assoluta nell’opera finale, che era ammirata dagli osservatori senza che fossero a conoscenza del contributo offerto dai suoi collaboratori. Ma dal punto di vista artistico, il merito era tutto dell’artista di Caprese, perché era lui che stabiliva come preparare tutto l’occorrente per la realizzazione dell’opera.

Ricordiamo che con “maniera”, o anche chiamata “maniera moderna”, si indica la produzione artistica del Rinascimento maturo, a partire dagli ultimi decenni del Quattrocento, che sfociò, nel 1520, nel Manierismo. Il termine venne coniato da Giorgio Vasari nel suo trattato: “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori et architettori”, che nell’edizione finale uscì nel 1568. Dopo la morte di Raffaello, molti degli artisti della sua bottega ebbero carriere indipendenti in più corti italiane ed europee, diffondendo ovunque la sua “maniera” e i suoi traguardi.

La massima spinta alla diffusione raffaellesca fu però data dal massiccio ricorso alle stampe che illustravano i dipinti del maestro, che potevano circolare facilmente a poco prezzo.

La deificazione del Sanzio

Raffaello era così presente e idealizzato dai suoi contemporanei, che lo ammiravano ed emulavano fino a deificarlo. Ne abbiamo vari esempi di come egli veniva mitizzato fino ad avvicinarlo a Dio. Giova, infatti, ricordare che l’amato pittore e architetto, nacque quasi sicuramente il 6 aprile dell’anno 1483 e lasciò la vita il 6 aprile del 1520, se diamo per buono il contenuto di una lettera di un certo Marcantonio Michiel ad un signore di nome Antonio Marsilio, confermato dall’epitaffio della tomba del Sanzio, che sottolinea come la data del giorno e dell’ora della  morte di Raffaello, apparentemente coincidente con quella di Cristo, (ore tre del 6 aprile, venerdì prima di Pasqua) corrispondano esattamente con la data della sua nascita.

Secondo le testimonianze di Vasari, Raffaello morì dopo due settimane di febbre “continua e acuta”, causata secondo il biografo da eccessi amorosi. A stroncarlo fu probabilmente la polmonite causata dalle sue ripetute uscite notturne e inutilmente curata con dei salassi che ne aggravarono le sue già precarie condizioni di salute. Un letterato e collezionista d’arte italiano, Marcantonio Michiel, non mancò di sottolineare come alla morte di Raffaello, succedettero degli eventi straordinari, come una crepa che scosse il palazzo vaticano, sicuramente in seguito a un piccolo terremoto, ma che era più comodo credere in un presagio divino per accostare l’immensurabile artista a Cristo. Ma si andava oltre i confini della fantasia, affermando che alla morte del Sanzio “i cieli si erano agitati”. 

L’idea della divinizzazione di Raffaello era tale che non si faceva fatica a credere che Raffaello fosse la reincarnazione di Cristo: come lui era morto di Venerdì Santo. Scrisse Pietro Paolo Lomazzo (pittore e trattatista italiano dell’epoca del Manierismo, nonché manierista egli stesso), che le fattezze e la nobiltà dei tratti del viso del Sanzio “rassomigliavano a quelle che tutti gli eccellenti pittori rappresentano nel Nostro Signore”. Lo stesso aspetto dell’artista ricordava quello del Nostro Signore, con la barba e i capelli lunghi e lisci e scriteriati al centro, visibili nel dipinto di Raffaello: “Autoritratto con un amico”. Era stata spostata pure la data di nascita per farla coincidere con quella del Venerdì Santo.

Nella camera ove era stato posto il corpo esanime di Raffaello era stato appeso un suo dipinto su tavola, “La Trasfigurazione”. La visione di quella bellissima opera generò ancor più sconforto a chi entrava nella camera per dargli l’ultimo saluto. A tal proposito scrisse il Vasari: “la quale opera, nel vedere il corpo morto, faceva scoppiare l’anima di dolore a ognuno che quivi guardava”.

L’intera corte pontificia salutò con commosso cordoglio il feretro del Sanzio e, come da egli richiesto, il corpo fu sepolto nel Pantheon. In seguito, le sue spoglie furono disseppellite e fu realizzato un calco del suo teschio, conservato ed esposto nella sua casa natale, ad Urbino. Un epitaffio fu inciso nella sua tomba, realizzato dal suo amico poeta Antonio, detto il Tebaldeo, o più probabilmente il grande umanista Pietro Bembo, cardinale, scrittore e grammatico.

L’epitaffio così recita: “Qui è quel Raffaello, dal quale la natura credette d’esser vinta, quando era vivo, e di morire quando egli moriva”.

La glorificazione di Leonardo

La differenza d’età tra Raffaello e Leonardo, quest’ultimo più grande del giovane urbinate di trentuno anni, fece sì che Raffaello ebbe modo di contemplare ed ammirarne le opere, recandosi a Firenze, in particolare: “La battaglia di Anghiari”, un affresco di Leonardo esposto nel salone del Cinquecento di Palazzo Vecchio nella città toscana. A causa però dell’inadeguatezza della tecnica usata per creare l’affresco, il dipinto subì danni e difatti l’opera rimase incompiuta e mutila. I lavori di Leonardo influenzarono non poco il linguaggio raffaellesco.

Il giovane artista di Urbino ammirava il modo di Leonardo di legare le figure in composizioni armoniche, caratterizzate da schemi geometrici e dallo “sfumato”, tecnica pittorica molto usata da Leonardo, che consisteva nello sfumare i contorni delle figure con diverse gradazioni di colore e di luce fuse tra loro. Un esempio ne è “La gioconda”. La rielaborazione del Sanzio però otteneva esiti completamente diversi. Ad esempio, nella “Madonna del Belvedere” di Raffaello è del tutto assente il mistero e la carica di allusioni e suggestioni delle opere leonardesche.

L’influenza di Leonardo sull’urbinate fu tale che il giovane pittore ebbe la volontà di superare le sterili repliche di repertorio a favore di una rielaborazione di tutte le figure e del paesaggio, spesso ritratti dal vero, per favorire una rappresentazione più naturale e credibile. Vasari testimoniò come al giovane artista: “piacendogli la maniera di Leonardo più che qualunque altra avesse veduta mai, si mise a studiarla” distaccandosene però a poco a poco, verso uno stile pienamente proprio. Resta, ad esempio, una copia della: “Leda col cigno” leonardesca di mano del Sanzio.

Leonardo fu a Roma dal 1514 al 1516 e qui ebbe modo di venire sicuramente a contatto con Raffaello, il maggior pittore alla corte papale. Non ci sono tuttavia riscontri di contatto tra i due, né di commissioni pittoriche di quel periodo a Leonardo. Tuttavia, opere raffaellesche mostrano un rinnovato interesse per l’arte leonardesca.

Il falso antagonismo con Michelangelo

Otto anni era la differenza d’età tra i due grandi artisti e il giovane Raffaello fu molto attratto dalle novità delle opere dell’altrettanto giovane Michelangelo. Ma l’ammirazione per Michelangelo si trasformò in un vero e proprio scontro artistico al tempo del soggiorno a Roma. Ma il dissidio tra i due non fu propriamente la volontà di schierarsi contro, ma era più esattamente riconducibile al clima fortemente competitivo della corte papale, surriscaldato probabilmente da Bramante (conosciuto anche come Donato Bramante, famoso pittore e architetto, nativo di una località nelle vicinanze di Urbino e lì formatosi. Attivo dapprima a Milano, aveva condizionato lo sviluppo del Rinascimento lombardo, quindi fu attivo a Roma, dove progettò la basilica di San Pietro).

Bramante cercava di screditare Michelangelo, favorendo il suo conterraneo Raffaello. Le risorse papali, per quanto ingenti, non erano infinite e Bramante, impegnato nella difficile impresa della ricostruzione della basilica di San Pietro, fece mettere in secondo piano la progettazione della tomba di Papa Giulio II. Scrisse Michelangelo in una tarda lettera: “Tutte le discordie che nacquero tra Papa Julio e me fu l’invidia di Bramante et di Raffaello da Urbino et avevane bene cagione Raffaello, che ciò che aveva dell’arte, l’aveva da me”.

Bramante, da ciò che si evince da lettere e che si rileva da testimonianze, cerca spesso di mettere Michelangelo in cattiva luce, forse preoccupato dal suo straordinario talento e dall’interesse che suscitava nel Papa, trovando in Raffaello, suo malgrado, un alleato. Ad esempio, a causa della scarsa pratica del Buonarroti nella tecnica dell’affresco, tentò di far affidare la volta della cappella Sistina al Sanzio. Ricordiamo che la Cappella Sistina fu un’immane sfida per l’artista di Caprese che, sebbene non sentisse la pittura come una forma d’arte a lui più congeniale, completò il complesso lavoro di quasi 550 metri quadrati in soli quattro anni e quasi senza aiuti.

La rivalità tra i due pittori portò presto al nascere di veri e propri schieramenti, con sostenitori dell’uno o dell’altro. Nonostante i toni anche aspri della contesa, Raffaello dimostrò di essere interessato alle novità di Michelangelo negli affreschi della volta della Cappella Sistina, poiché oltre ad includere un suo ritratto nella: “Scuola d’Atene” (affresco di Raffaello, databile 1509-1511, situato in una delle quattro Stanze Vaticane, poste all’interno dei Palazzi Apostolici, in opere successive allo scoprimento della volta), si notano riferimenti ben eloquenti a Michelangelo, come nel Profeta Isaia, lodato dallo stesso Buonarroti, o nell’Incendio di Borgo, dove i corpi muscolosi, in tumultuoso movimento, si rifanno allo stile dell’artista di Caprese.

Un nuovo momento di scontro fu quando Giulio de’ Medici commissionò due grandi pale d’altare a Sebastiano del Piombo (pittore, nato Sebastiano Luciani), e a Raffaello. Scrisse Leonardo Sellaio al Buonarroti: “Ora mi pare che Raffaello metta sottosopra el mondo perché lui <Sebastiano> non la facia, per non venire a paragoni”.

In definitiva, si può dedurre che Raffaello cercò di assimilare il meglio da chi aveva a contatto, come la dolcezza di Leonardo o il dinamismo di Michelangelo, insieme alle corporature muscolose dei suoi protagonisti. Ammirando e imitando in tempi diversi, senza mai arrivare agli esiti estremi delle poetiche altrui ma piegandole alla propria sensibilità, Raffaello si pose come figura di mediazione, esempio per il futuro e terzo personaggio nell’ideale triade dei grandi “geni” del Rinascimento.

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