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La solastalgia di Ulisse: il ritorno impossibile dei migranti

di Antonietta Patti
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ritorno di ulisse Il massacro dei pretendenti, di Christophe Thomas Degorge, copia di Francesco Coppoletta esposta alla mostra Odissea Museum a Palazzo Bonocore (foto di A. Patti)

I migranti sono uomini e donne che hanno attraversato frontiere geografiche e affrontato sacrifici, superando anche un limite interiore. Persone che nel momento in cui tornano nelle proprie patrie provano la solastalgia: un dolore che appartiene solo al ritorno. Una ferita complessa che intreccia al trauma del distacco, quello di esperienze vissute e quello del tentativo di riconciliarsi col passato. Ulisse, emblema del viaggio e della tenace curiosità, sperimenta proprio il paradosso del ritorno impossibile.

Molti migranti che rientrano nei propri paesi e nelle loro vecchie case raccontano di un ritorno che li eccita e li ferisce al tempo stesso. Perché chi lascia la propria terra sperimenta due sensazioni: mentre si allontana da un luogo che ha sempre chiamato “casa”, quasi impercettibilmente quel luogo si allontana da lui. E quando, magari dopo anni, ha la possibilità di “tornare a casa”, inizia un’esperienza altrettanto psicologicamente complessa.

La “casa”, che per anni è stata l’ideale di un rifugio, viene percepita in maniera diversa. Gli inevitabili cambiamenti, spesso soltanto nell’aspetto materiale, suscitano malessere e tristezza.

Copia del busto di Ulisse appartenente al gruppo scultoreo di Ulisse che acceca Polifemo ritrovano nella Grotta di Tiberio a Sperlonga, esposta alla mostra Odissea Museum a Palazzo Bonocore (foto di A. Patti)

Negli ultimi anni, gli psicologi hanno dato un nome a questa emozione: solastalgia, la sofferenza per un luogo che cambia mentre si è lontani. È un disagio che assomiglia alla nostalgia, ma non riguarda il passato, bensì un presente che sfugge. La malinconia che si prova nel notare che una cosa non è più come la si ricordava. È la pena che nasce dalla frattura tra memoria e realtà.

Questo tormento tra partenza e ritorno ha un archetipo potente: Odisseo, conosciuto anche come Ulisse. L’uomo dall’“ingegno molteplice” (Odissea, I, 1) che, dopo aver distrutto la città di Troia, ha dovuto affrontare un lunghissimo viaggio per tornare nel suo regno, Itaca. Un’esperienza che ha comportato inevitabilmente un cambiamento, tra la persona che era e quella che è diventata.

La sua Odissea non è stata soltanto un viaggio di ritorno a casa, ma anche uno scontro continuo tra memoria e cambiamento. Durante i 10 anni di guerra e i successivi 10 di viaggio in mare, durante i quali ha affrontato ciclopi e sirene, sua moglie Penelope, suo figlio Telemaco, suo padre Laerte e la sua stessa Itaca sono esistiti dentro di lui immutabili.

Ma quando Ulisse è riuscito a tornare nella sua isola e a riabbracciare la sua famiglia, si sarà accorto che ogni cosa era cambiata, persino lui stesso. Il tempo aveva lavorato sui volti, sui rapporti e sulla sua stessa identità. Infatti, Omero lo fa tornare a Itaca travestito: uno straniero irriconoscibile ai suoi. È un espediente narrativo per rappresentare che a volte il ritorno non è un rientro, ma una sorta di nuovo esilio.

Il poema di Omero non ce lo racconta, ma forse, dopo aver riabbracciato Penelope, Ulisse ha percepito come distante tutto ciò che vedeva. È l’estraniazione che solitamente colpisce chi parte. Ulisse dev’essere rimasto sbalordito nello scoprire che la propria casa e la propria terra erano cambiate.

Del resto, la casa è il luogo in cui si forma l’identità, e quando uno dei due si trasforma, l’altro deve ridefinirsi. Infatti, anche se tornato a casa, Ulisse è rimasto uno straniero: tra le braccia di Penelope ha ritrovato l’amore, ma non sé stesso. Come molti migranti contemporanei, si porta dentro due mondi che non combaciano più.

Oinochoe con la raffigurazione di Ulisse insieme ai suoi compagni mentre trafiggono l’occhio del ciclope Polifemo, Museo del Louvre a Parigi

La nostalgia è un filo che lega con passione chi vive lontano dalla propria terra d’origine, ma può essere anche una trappola. Perché da un lato porta a idealizzare tutto ciò che non si ha più. Dall’altro, conduce a odiare le novità e adorare i difetti del passato, compreso ciò da cui si è deciso di allontanarsi.

Invece, la solastalgia colpisce chi torna. È la sorpresa di scoprire che le radici non sono più dove si pensava che fossero. E capire che, senza accorgersene, si è cambiati così tanto da non riconoscersi più nei luoghi che un tempo chiamavamo casa. È la mancanza di un posto che non è scomparso, ma che ha smesso di appartenerci.

Ulisse riesce a rappresentare la condizione di chi ritorna per ritrovare sé stesso, ma che, una volta tornato, scopre che ciò che cercava non esiste più, quantomeno non nella forma che ricordava. Forse è per questo che la sua storia ci parla ancora, dopo tanti secoli.

Tuttavia, Ulisse possiede una particolarità in più: non è soltanto un uomo che ha viaggiato disperatamente per tornare a casa, prima di quel viaggio ha vissuto un’esperienza traumatica: la guerra.

Negli ultimi decenni, molti prodotti cinematografici hanno affrontato il momento del ritorno di Ulisse a Itaca, concentrandosi proprio sulle sue difficoltà nel tornare a vivere la quotidianità. Da Il ritorno di Ulisse con Alessio Boni, al più recente Itaca – Il ritorno con Ralph Fiennes, questo mitologico personaggio è caratterizzato da una condizione psicologica particolare.

Il timore di non essere più riconosciuti, perché si avverte una divergenza tra chi si era e chi si è diventati, accompagnato da un senso di appartenenza sospeso, e un senso di colpa verso chi è rimasto indietro, sono le tipiche sensazioni di chi ha vissuto un’esperienza scioccante come la guerra.

In Itaca – Il ritorno, Penelope (interpretata da Juliette Binoche) chiede allo straniero che non riconosce ancora come Ulisse “Come può un uomo trovare la guerra e non trovare la strada di casa?”. Ulisse le risponde lapidario: “Per molti la guerra diventa la loro casa.” È un dialogo che dimostra perfettamente come le esperienze estreme, soprattutto se durano a lungo, modellano l’identità.

Stamnos attico a figure rosse con la raffigurazione di Ulisse legato all’albero della nave mentre ascolta le sirene, proveniente da Vulci

La casa, la pace, le relazioni intime appaiono fragili ed estranee, perché richiedono competenze emotive che la guerra riesce a logorare. Per Ulisse, che ha vissuto la guerra e attraversato i mari sconfiggendo mostri e tempeste (anche interiori), Itaca non è più semplice da gestire. Ormai, la sue competenze sono il viaggio, il conflitto, l’allerta costante. Tornare alla tranquillità familiare è più difficile che affrontare Scilla e Cariddi.

Nei miti successivi — da quelli che lo vedono ripartire in mare, a quelli che lo ritraggono incapace di tornare alla quiete domestica e ne narrano la morte per mano del figlio Telegono — Ulisse è diventato qualcosa di più di un eroe. Nel corso dei secoli, Ulisse è diventato il simbolo della curiosità e della brama di conoscenza dell’Uomo.

Per quanto Itaca rimanga a lui sacra, il suo destino lo riporta tra le onde, lontano dall’isola. La solastalgia di Ulisse è tale che il ritorno è casa non è davvero possibile. È l’emblema dell’Uomo che, dopo aver visto troppo, non può più abitare pienamente il luogo da cui è partito.

Purtroppo, il mondo della memoria non coincide mai perfettamente con il mondo reale. E il sentimento della solastalgia sottolinea che spesso il problema non è trovare la strada di casa, ma trovare il modo per tornare a essere quella persona che in quella casa possa viverci.

Per chi oggi migra e poi ritorna, la storia di Ulisse continua a dire una verità semplice e dolorosa: il ritorno non è il punto d’arrivo ma un nuovo territorio da attraversare. È una condizione fragile, e richiede un coraggio non minore della partenza.

ritorno di ulisse a Itaca
Tavola di terracotta con la raffigurazione del ritorno di Ulisse, Metropolitan Museum of Art di New York

In copertina: dettaglio del dipinto Il massacro dei pretendenti, di Christophe Thomas Degorge, copia di Francesco Coppoletta esposta alla mostra Odissea Museum a Palazzo Bonocore (foto di A. Patti)

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