Oggi il tribuno del popolo si è trasformato nel capopopolo digitale
La Sicilia ha una lunga tradizione di capipopolo. È una storia antica, quasi antropologica, che attraversa i decenni e si ripresenta con sorprendente regolarità. Nei momenti di crisi – e la Sicilia vive ormai da molto tempo una crisi che non è solo economica ma anche istituzionale, sociale e morale – emerge sempre qualcuno che promette di abbattere il sistema, di spazzare via i corrotti, di restituire il potere al popolo. È una dinamica ricorrente.
Ogni volta sembra nuova. Ogni volta viene raccontata come una rivoluzione. E ogni volta, puntualmente, finisce per produrre una nuova illusione politica. Un tempo questi personaggi parlavano dalle piazze. Salivano sui balconi dei municipi, arringavano la folla, costruivano consenso attraverso la presenza fisica e il contatto diretto con la gente.
Oggi parlano dalle dirette social. Il tribuno del popolo si è trasformato nel capopopolo digitale. Non serve più una piazza gremita. Basta una telecamera, uno smartphone e un algoritmo. E così la Sicilia, invece di uscire dal suo eterno teatro politico, ha semplicemente cambiato il palcoscenico.
La politica come commedia
Se un tempo il consenso si costruiva sotto i balconi dei municipi o nelle piazze gremite, oggi si costruisce nei video virali, nelle dirette Facebook, nei post pensati per generare indignazione e raccogliere migliaia di condivisioni. Il linguaggio è cambiato. Il meccanismo politico, invece, è rimasto sorprendentemente lo stesso.
I protagonisti più recenti di questa rappresentazione sono Cateno De Luca e Ismaele La Vardera. Due figure che sembrano diverse per stile, biografia e percorso personale, ma che in realtà appartengono allo stesso modello politico: quello della politica-spettacolo permanente.
Non costruiscono partiti ma platee. Non costruiscono strutture politiche ma audience. Non elaborano programmi ma narrazioni. Non governano problemi. Producono polemiche. Sono, in fondo, due interpreti della stessa commedia politica.
Vendere indignazione
Quando una società smette di fidarsi delle istituzioni, quando i partiti tradizionali perdono credibilità e la rappresentanza si svuota, la politica entra in una fase molto particolare. Diventa il terreno perfetto per chi sa vendere indignazione. È ciò che accade da anni in Sicilia. I partiti tradizionali si sono progressivamente svuotati.
Molti sono diventati semplici contenitori elettorali: strutture fragili che si attivano durante le campagne elettorali e si dissolvono subito dopo. Le classi dirigenti si sono indebolite. In alcuni casi sono compromesse. In molti casi sono semplicemente incapaci di produrre una visione di lungo periodo.
Dentro questo vuoto prosperano figure che promettono di incarnare la rabbia popolare. Il metodo è sempre lo stesso: denunciare tutto, semplificare tutto, urlare tutto. La complessità sparisce. I problemi diventano slogan. La politica si riduce a una narrazione morale molto semplice: il popolo contro il sistema. È una sceneggiatura perfetta per l’epoca dei social. Funziona perché è semplice. Funziona perché emoziona. Funziona perché intercetta un malcontento reale. Ma la semplicità narrativa non coincide con la soluzione dei problemi.
Come il sistema intercetta la rabbia
C’è però un passaggio che spesso sfugge all’analisi. Molti pensano che questi nuovi leader rappresentino una rottura con il sistema politico tradizionale. In realtà accade spesso qualcosa di molto più sofisticato. Il sistema politico ha imparato a intercettare la rabbia sociale e a canalizzarla. Individua i punti di frustrazione della società: la disoccupazione, la crisi economica, la sfiducia verso la politica, la percezione di ingiustizia.
Poi prende quei sentimenti – quei sogni che i siciliani tengono nei cassetti – e li trasforma in narrazione politica. Li amplifica. Li spettacolarizza. Li cavalca. È una tecnica raffinata. Si ascolta la rabbia del popolo, la si semplifica, la si amplifica, la si trasforma in consenso. Ma raramente la si risolve. Così nascono nuove leadership costruite sul malcontento. Leadership che promettono rivoluzioni ma che spesso finiscono per restare dentro la stessa logica del sistema che dichiarano di combattere.
Cateno De Luca: il populismo della scena permanente
Cateno De Luca ha compreso prima di molti altri che la politica siciliana poteva trasformarsi in una gigantesca macchina mediatica. La sua strategia è semplice: occupare lo spazio pubblico in modo permanente. Dirette social quotidiane.
Scene plateali. Linguaggio aggressivo. Polemiche costruite per diventare virali. Ogni gesto è pensato per generare attenzione.
Il leader diventa il protagonista assoluto della scena. Il copione è sempre lo stesso: il popolo tradito, il sistema corrotto,
il tribuno solitario che combatte contro tutti. È una formula comunicativa efficace.
Ma la Sicilia non è uno studio televisivo. I problemi dell’Isola – la disoccupazione cronica, la desertificazione industriale, le infrastrutture insufficienti, la fragilità del sistema sanitario, la fuga dei giovani – non si risolvono con una diretta Facebook.
La Vardera: la politica come indignazione
Se De Luca rappresenta il tribuno digitale, Ismaele La Vardera rappresenta il moralista mediatico. La sua formazione nasce nel giornalismo spettacolare, come inviato del programma Le Iene, costruito su un meccanismo narrativo molto preciso: trovare uno scandalo, costruire una storia, indignare il pubblico.
È un format perfetto per la televisione. Ma la politica non è un format televisivo. La denuncia è una parte della politica. Non è la politica. Denunciare è relativamente semplice. Molto più difficile è costruire soluzioni, progettare sviluppo, governare processi economici complessi. Ed è proprio qui che spesso la politica dell’indignazione mostra i suoi limiti.
Un silenzio che fa riflettere
C’è poi un dettaglio che merita attenzione. La politica siciliana vive spesso di scontri personali durissimi. Le polemiche sono quotidiane. Le rivalità sono feroci. Eppure Cateno De Luca e Ismaele La Vardera non litigano tra loro. Due protagonisti della stessa scena mediatica. Due interpreti della stessa politica spettacolare. E nessun vero scontro. Curioso.
O forse no. Perché chi occupa lo stesso spazio politico spesso preferisce non disturbare il copione dell’altro. E non mi stupirei affatto – come è già accaduto molte volte nella storia politica siciliana – se esistesse già un dialogo tra loro o addirittura una strategia comune. Per ora resta un interrogativo. Ma è un interrogativo legittimo. Il futuro ci dirà se questa impressione troverà conferma oppure no.
La grande questione dimenticata: lo Statuto siciliano
Dentro questa logica dei capipopolo digitali – fatta di polemiche quotidiane, scandali, dirette social e indignazione permanente – manca però una questione fondamentale. Una questione che il popolo siciliano avverte come esigenza profonda. È la questione dello Statuto speciale della Sicilia.
Lo Statuto non è un dettaglio giuridico. È il cuore dell’autonomia siciliana. È lo strumento attraverso cui la Sicilia dovrebbe poter governare davvero il proprio sviluppo. Prevede competenze decisive: la gestione delle entrate fiscali prodotte nel territorio, poteri ampi in materia economica e amministrativa, una reale autonomia nella programmazione dello sviluppo. In teoria uno dei modelli di autonomia più avanzati d’Europa.
Eppure, nella politica dello spettacolo, questa questione scompare. Perché non produce viralità. Non genera polemica immediata. Non crea spettacolo. E soprattutto perché tocca un nodo delicatissimo: il rapporto tra la Sicilia e il potere centrale.
Il punto che nessuno vuole affrontare
Affrontare davvero lo Statuto significherebbe aprire una discussione politica enorme. Significherebbe parlare di risorse. Di poteri. Di autonomia finanziaria. Significherebbe rimettere al centro la questione della sovranità regionale. Ma molti leader che nascono come anti-sistema finiscono poi nei partiti nazionali. Partiti che dipendono da Roma. Partiti che ragionano con logiche nazionali. Così la protesta diventa carriera. E lo Statuto resta la grande questione dimenticata della politica siciliana.
La Sicilia ha bisogno di ben altro
La verità, per quanto scomoda, è semplice. La Sicilia non ha bisogno di nuovi capipopolo. Ha bisogno di attuare davvero il proprio Statuto speciale. Ha bisogno di usare gli strumenti istituzionali che già possiede.
Ha bisogno di una classe dirigente capace di difendere gli interessi dell’isola. Ha bisogno di infrastrutture moderne. Di politiche industriali serie. Di una sanità efficiente. Di un’economia che permetta ai giovani di restare. Ha bisogno di meno spettacolo e più governo.
Perché la politica non si misura con le visualizzazioni. Si misura con i risultati. E la Sicilia – una terra straordinaria per storia, risorse e intelligenze – meriterebbe finalmente una politica all’altezza della sua storia. Ma quella politica, purtroppo, non nascerà da una diretta social.