L’ex-Sottosegretario agli Interni ha inviato al Segretario di Stato Cardinale Pietro Parolin uno studio giuridico-canonico
Non per polemica, ma per trasparenza.
La mattina dell’11 marzo 2026, l’ex-magistrato Angelo Giorgianni, già Sottosegretario agli Interni con delega per gli Affari di Culto del primo governo Prodi, ha inviato al Segretario di Stato vaticano (già Camerlengo) Cardinale Pietro Parolin, e per conoscenza al Tribunale della Segnatura Apostolica, uno studio giuridico (“parere pro veritate”) sul conclave 2025 che ha portato sul trono di Pietro Robert Francis Prevost.
Giorgianni, che già negli anni scorsi si era interessato della spinosa vicenda delle dimissioni di Benedetto XVI, chiede la valutazione giuridica circa la validità canonica dell’elezione dell’ultimo presunto Romano Pontefice alla luce delle norme contenute nel Codice di Diritto Canonico e nella costituzione apostolica “Universi Dominici Gregis”, promulgata da Giovanni Paolo II con le successive integrazioni del motu proprio “Normas Nonnullas” di Benedetto XVI.
Le eventuali violazioni
Si intende verificare se eventuali violazioni delle prescrizioni normative relative al numero massimo dei cardinali elettori, all’isolamento del conclave, al divieto di strumenti di comunicazione possano avere inciso sulla validità giuridica dell’elezione pontificia.
Vengono eccepite soprattutto due gravi anomalie: innanzitutto la convocazione di 133 cardinali, 13 oltre il numero limite di 120 consentito dalla Universi Dominici Gregis. In secundis, come riportato largamente dai media, il fatto che il giorno 7 maggio, dopo l’”extra omnes”, sia stato trovato addosso a un cardinale elettore un telefono cellulare. L’episodio è stato riportato nel volume di recente pubblicazione “The Election of Pope Leo XIV” dai vaticanisti Gerard O’Connell ed Elisabetta Piqué e non è stato smentito dalla Santa Sede.
Un problema di legittimità
Il paragrafo finale della Universi Dominici Gregis recita: “In special modo si dovranno fare accurati e severi controlli, anche con l’ausilio di persone di sicura fede e provata capacità tecnica, perché in detti locali non siano subdolamente installati mezzi audiovisivi di riproduzione e trasmissione all’esterno”.
Questo crea un problema enorme circa la legittimità di Leone XIV e pone la questione di un suo eventuale antipapato in quanto l’art. 76 della stessa costituzione impone che: “Se l’elezione fosse avvenuta altrimenti da come è prescritto nella presente Costituzione o non fossero state osservate le condizioni qui stabilite, l’elezione è per ciò stesso nulla e invalida, senza che intervenga alcuna dichiarazione in proposito e, quindi, essa non conferisce alcun diritto alla persona eletta”.
La lettera non è un gesto polemico
“Naturalmente – spiega Giorgianni – nessuno può stabilire da articoli di giornale o anticipazioni editoriali se queste circostanze abbiano realmente inciso sul procedimento elettorale. Ed è proprio per questo che nasce la richiesta indirizzata al cardinale Parolin: verificare se il numero dei cardinali elettori fosse conforme alla normativa. Verificare se il divieto di strumenti di comunicazione sia stato rispettate e se tutte le condizioni stabilite dal diritto canonico siano state osservate.
Non si tratta di contestare l’elezione, si tratta di tutelare la credibilità della Chiesa cattolica che ha attraversato duemila anni proprio perché ha sempre difeso con rigore le proprie regole nei momenti decisivi. E l’elezione del Papa è il momento più decisivo di tutti: ignorare un dubbio giuridico non rafforza l’autorità dell’istituzione, la indebolisce. Per questo la lettera inviata al Segretario di Stato non è un gesto polemico. È un invito alla trasparenza. Un invito a fare ciò che il diritto chiede a tutte le istituzioni: rispondere alle domande quando riguardano la verità delle regole”.
E quando il diritto pone una domanda, la risposta non può essere il silenzio.