Alla vigilia della Rivoluzione Messicana del 1910, il Messico appariva come un paese moderno e stabile, agli occhi delle élite e degli investitori stranieri. In realtà, covava una profonda crisi, poiché si trovava in una situazione di forte squilibrio economico, di repressione politica e fragilità sociale, nonostante apparenti successi sul piano della modernizzazione.
In ambito politico era l’era di Porfirio Díaz, il cosiddetto “el Porfiriato”, durato dal 1876 al 1911. Il Regime autoritario di Porfirio Díaz governava con pugno di ferro, sotto una parvenza di ordine costituzionale. Prevedeva elezioni, ma erano manipolate e controllate, tanto che Díaz fu rieletto più volte, grazie a frodi e repressione ai danni dell’opposizione.
Dopo decenni di guerre civili, il “Porfiriato” portò una certa stabilità politica, ma a costo della stessa libertà. Il potere era accentrato nelle mani di Díaz e di una ristretta élite, spesso definita “la camarilla científica” (i científicos).Qualsiasi forma di opposizione veniva repressa attraverso censura, prigionia, esilio o violenza. Le libertà civili erano fortemente limitate.
Da un punto di vista economico, il Messico vide una notevole espansione economica sotto Díaz, con la nascita e la crescita di infrastrutture moderne (ferrovie, telegrafi), sviluppo minerario e industriale e attrazione di capitali esteri, specialmente dagli Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Ma l’industrializzazione era limitata. Anche se c’era stato un certo sviluppo industriale, questo era concentrato in poche aree urbane. I benefici economici non si traducevano in miglioramenti per la maggioranza della popolazione.
Il 90% dei contadini non possedeva terra, mentre crescevano i latifondi (haciendas), anche a scapito delle terre comunali (ejidos), spesso confiscate con leggi favorevoli ai grandi proprietari. I contadini e i braccianti vivevano in condizioni misere, spesso indebitati a vita nei negozi aziendali dei latifondi. I salari erano bassissimi e i diritti del lavoro praticamente inesistenti.
L’esercito federale era debole e politicizzato, utilizzato più per il controllo interno che per la difesa nazionale. Molti ufficiali erano fedeli a Díaz,per motivi clientelari più che per disciplina istituzionale. Non esisteva la leva popolare.
Per mantenere l’ordine, soprattutto nelle campagne, Díaz utilizzava i “rurales”, una forza paramilitare brutale, composta in parte da ex banditi .Erano temuti per la violenza che usavano nella repressione verso i contadini
L’esercito non era rappresentativo dal popolo e alla vigilia della rivoluzione, questo contribuì alla sua scarsa capacità di contenere efficacemente le sollevazioni armate. La mancanza di un successore chiaro e l’annuncio del ritiro di Díaz, nel 1908, crearono un vuoto politico che l’opposizione cercò di colmare: Francisco Ignacio Madero, esponente liberale e moderato, si candidò contro di lui, ma fu arrestato poco prima del voto.
Dopo aver promesso che non si sarebbe ricandidato, Díaz si presentò di nuovo alle elezioni nel 1910, e vinse grazie a brogli massicci. Madero fuggì in Texas e il 20 novembre 1910 lanciò il Piano di San Luis Potosí, con cui invitava il popolo a sollevarsi in armi, dichiarando illegittimo il governo di Díaz.
La caduta di Díaz e l’inizio dell’insurrezione furono guidati da leader locali, fra cui Francisco Villa (Pancho Villa) verso il nord, ed Emiliano Zapata nel sud, con il grido “Tierra y Libertad” e il Piano di Ayala (1911), che chiedeva la restituzione delle terre ai contadini. Incapace di controllare la rivolta e con crescente pressione interna ed esterna, Díaz si dimise nel maggio 1911 ed fuggì in esilio in Francia.
Madero divenne presidente nel novembre 1911, ma deluse sia i rivoluzionari che i conservatori, non attuando riforme radicali. Il Generale Victoriano Huerta, con l’appoggio di forze conservatrici e l’ambasciata statunitense, organizzò il colpo di stato noto come “Decena Trágica”, durante il quale Madero fu assassinato il 22 Febbraio 1913 a Città del Messico.
Huerta instaurò una dittatura militare, scatenando un’ondata di ribellioni da parte dei costituzionalisti. Si scatenò così la guerra civile fra le fazioni rivoluzionarie. Huerta fu rovesciato nel 1914 da un’alleanza temporanea tra Venustiano Carranza Garza (capo del movimento costituzionalista), Álvaro Obregón (generale lealista) e Villa e Zapata (rappresentanti delle masse popolari).
Tuttavia, scoppiò un conflitto tra Carranza Garzae i rivoluzionari radicali (Villa e Zapata). Sempre in quello stesso anno, il Congresso di Aguascalientes tentò di unificare le forze, ma fallì.Carranza si impose come Presidente de facto e promosse la Costituzione del 1917, una delle più avanzate del suo tempo.
Ad esempio, l’articolo 27 impone una riforma agraria, con la restituzione delle terre comunali; l’articolo 123 offre i diritti dei lavoratori (giornata di 8 ore, salario minimo, diritto allo sciopero), le limitazioni al potere della Chiesa e la sottomissione delle imprese straniere alla legge messicana.
Le fasi finali della Rivoluzione Messicana, nel 1917, segnano una svolta storica per il Messico, sancendo la fine della fase più cruenta del conflitto e ponendo le basi per la costruzione di uno Stato moderno e riformista. Il momento simbolico e istituzionale di questa conclusione è proprio la promulgazione della Costituzione, il 5 febbraio 1917.
La Rivoluzione Messicana causò milioni di morti e sfollati (circa 1 milione di vittime su una popolazione di 15 milioni). Le riforme sociali promulgate nella Costituzione furono lente e parzialmente applicate. Inoltre, fino alla fine degli anni ’20 regnò l’instabilità politica a causa di conflitti tra fazioni e personalismi (Villa, Zapata, Carranza, Obregón).
Certamente, la Rivoluzione Messicana segnò la fine del regime porfirista e dell’oligarchia agraria. Portò alla nascita del moderno Stato messicano, con l’introduzione di riforme costituzionali e sociali durature, e l’emancipazione politica e culturale di ampie masse rurali.
Nel 1917 finirono le grandi campagne armate, anche se la violenza locale e le tensioni non si esaurirono subito. La rivoluzione entrò nella nuova fase istituzionale, ideologica e culturale. Le élite rivoluzionarie cercarono di consolidare un nuovo ordine attraverso partiti, riforme e educazione pubblica. Così si consolidò il Partido Nacional Revolucionario (PNR) nel 1929, antenato del PRI, che governò il Messico in modo quasi ininterrotto per 70 anni.
Alla Rivoluzione Messicana si deve soprattutto la nascita dell’identità nazionale messicana moderna, legata al popolo, alla cultura indigena e alla giustizia sociale.








