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Giuseppe “Joe” Petrosino: il pioniere nella lotta contro la mafia italoamericana

di Esther Di Gristina
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Joe Petrosino è stato un personaggio di grande rilievo nella storia della lotta contro la criminalità organizzata tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Nato in Italia il 30 agosto 1857 a Padula (provincia di Salerno), nel Regno delle Due Sicilie da una famiglia contadina. Nel 1873 emigra negli Stati Uniti con il padre e i fratelli, stabilendosi a New York .

Nel 1883 si arruola nella Polizia di New York (NYPD), diventando uno dei primi agenti italoamericani. A causa della sua statura minuta (circa 1,60 m), fu inizialmente respinto, ma fu poi accettato grazie all’intervento del sindaco di New York. Fu tra i primi detective della “Italian Squad”, unità speciale della polizia di New York creata per combattere la criminalità organizzata italiana..

Nel 1895, quando Theodore Roosevelt diventa Presidente del “Board of Commissioners” del NYPD, riconosce il valore di Petrosino e lo promuove. Petrosino si specializza in casi riguardanti la criminalità italiana, in particolare quella legata alla “Mano Nera” (un proto-gruppo mafioso italoamericano). Fu tra i primi a intuire il collegamento transatlantico tra la mafia americana e quella siciliana.

Nel 1905 avviene la Fondazione della “Italian Squad” Petrosino crea e guida una squadra speciale chiamata “Italian Branch” o “Italian Squad”. Obiettivo: contrastare la criminalità organizzata italiana, estorsioni, omicidi e traffico illegale.

Petrosino usava metodi investigativi innovativi per l’epoca: travestimenti, infiltrazioni, raccolta di informazioni in comunità italiane e nel 1907 collabora con il governo federale e il governo degli Stati Uniti per individuare criminali italiani da deportare sfruttando una legge sull’immigrazione del 1903 con procedure diespulsione di criminali stranieri. Raccoglie informazioni su oltre 200 mafiosi da deportare.

Nel Febbraio 1909, Petrosino parte per raccogliere documenti su pregiudicati mafiosi immigrati negli USA, ma sfortunatamente la sua missione viene resa pubblica dai giornali, esponendolo a grande pericolo. Tuttavia raccolse informazioni su decine di mafiosi italo-americani che potevano essere espulsi legalmente dagli Stati Uniti, se condannati in Italia.

Decise così di recarsi in Sicilia nel 1909 per raccogliere i documenti giudiziari necessari per sostenere le espulsioni, ma la sua presenza non rimase segreta a lungo. Arrivò a Palermo alloggiando presso Hotel de France a Piazza Marina, ma la sera del 12 marzo 1909 fu ucciso a colpi di pistola nella medesima piazza di Palermo. Senza nessuna scorta, venne attirato in un’imboscata. Aveva 50 anni.

Il delitto fù attribuito alla mafia siciliana, probabilmente su ordine di Vito Cascio Ferro, uno dei boss più potenti dell’epoca. Nessuno fu mai condannato per l’omicidio. Don Vito Cascio Ferro e Joe Petrosino sono due figure centrali nella storia della lotta tra la criminalità organizzata siciliana e le forze di polizia agli inizi del XX secolo. La loro vicenda incrociata è diventata quasi leggendaria, emblematica del conflitto tra la mafia e la giustizia internazionale.

Le indagini sull’omicidio destarono scalpore internazionale, i sospetti caddero immediatamente su Don Vito Cascio Ferro, considerato l’uomo che più temeva le indagini di Petrosino. Cascio Ferro venne arrestato e interrogato, ma mai condannato per l’omicidio. Secondo la leggenda, Cascio Ferro avrebbe detto: “Mi inchinai su di lui e gli dissi: Muori, perché hai osato mettere piede nella mia terra”. Questa frase è probabilmente apocrifa, ma ha contribuito al mito mafioso di Cascio Ferro.

Il corpo di Petrosino fu riportato a New York. I funerali furono un evento di massa, con oltre 250.000 persone presenti. Egli fu sepolto al Calvary Cemetery nel Queens.

Petrosino è ricordato come un eroe e pioniere della lotta contro la mafia, a lui sono stati intitolati: la Piazza Joe Petrosino a New York e un parco e monumento a Padula (sua città natale). Numerosi sono i libri, film e i documentari sulla drammatica vicenda.

Don Vito Cascio Ferro (1862 – 1943) rimaseuno dei più influenti boss mafiosi siciliani del suo tempo. Nacque a Palermo e da bambino con la famiglia si trasferì a Bisacquino, è considerato uno dei primi “padrini” moderni della mafia. Fu coinvolto in estorsioni, traffico di esseri umani (soprattutto verso gli USA), politica, e crimini legati all’onorata società.

Visse per un periodo a New York, dove entrò in contatto con la mafia italoamericana, contribuendo alla nascita della “Mano Nera” (Black Hand), continuò la sua attività criminale fino agli anni ’20. Arrestato nel 1929 durante il fascismo, fu condannato per altri reati.

Dopo essere stato arrestato durante la grande repressione contro la Mafia, guidata dal prefetto Cesare Mori, fu condannato all’ergastolo nel 1930. Fu detenuto in diverse carceri italiane, tra cui quelle di Porto Longone (oggi Porto Azzurro) e Pozzuoli.

Le condizioni della sua prigionia erano dure, soprattutto per la sua età avanzata. Le cronache raccontano che visse gli ultimi anni della sua vita in isolamento, dimenticato e malato, in netto contrasto con il potere e il rispetto che aveva conosciuto da uomo libero.

Secondo alcune fonti, morì di stenti o per malattia durante la Seconda Guerra Mondiale, nel completo anonimato. La sua morte non fece scalpore, e nessuna notizia ufficiale fu diffusa all’epoca segno che ormai era diventato un uomo del passato, irrilevante per il regime fascista e per la nuova generazione mafiosa emergente.

Don Vito Cascio Ferro morì nel carcere di Pozzuoli, in Campania, molto probabilmente nel 1943, nonostante la sua fama da vivo, la sua morte avvenne nel silenzio e nell’anonimato. Tanto che per molti anni la data esatta e il luogo della sua morte rimasero incerti.

Secondo testimonianze successive, alla fine della guerra si trovavano nel carcere di Pozzuoli solo i resti scheletrici di un vecchio uomo, che alcuni identificarono proprio come lui. Questo ha contribuito a creare un alone di leggenda attorno alla sua figura. Ma le fonti storiche più affidabili oggi confermano che morì nel carcere di Pozzuoli.

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